Tre giorni di formazione regionale ministeriale
26-28 Gennaio 2007
Linguaglossa ( CT)

IL DESIDERIO DELLO SPIRITO SANTO E LA SUA AZIONE SUSCITA LA LODE CARISMATICA

Il titolo della nostra riflessione esplicita un itinerario ben preciso, una condizione “spirituale” essenziale in cui sboccia la lode: il desiderio dello Spirito Santo. La preghiera in genere trova la sua migliore definizione proprio nel desiderio che l’orante nutre nei riguardi di Dio.

Pregare significa mantenere vivo il desiderio di Dio nel corso della giornata per poi lasciarlo affiorare in momenti particolare come ad esempio la preghiera personale e comunitaria.

La Bibbia esprime il desiderio di Dio paragonandolo spesso all’arsura che spinge la “cerva” a precipitarsi verso i rigagnoli d’acqua che trova nelle steppe deserte della Palestina: “ Come la cerva anela ai corsi d’acqua , così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” ( Salmo 42,2).

La cerva simboleggia l’orante che si precipita alle fonti di acqua viva ( Gv 7,37, Gv 19,28; Ap. 22,17) desiderando lo Spirito Santo.

Senza preghiera la fede si “atrofizza”, si “sclerotizza”; la preghiera è “fede in esercizio”, è acquisizione progressiva di una disciplina spirituale in vista della conformazione a Cristo per mezzo dello Spirito Santo.

La preghiera non è mai un’esperienza statica ma in divenire, vero e proprio cammino di conoscenza dell’altezza, della profondità, della larghezza dell’amore di Dio ( cfr. Ef 3,16).

Il salmo parla “dell’anima” dell’orante, espressione ambigua per il lettore odierno così lontano dal pensiero biblico e soprattutto dalla molteplicità di significati dei termini ebraici. Ambiguità che può intensificarsi ancor di più se permane una concezione profondamente condizionata dalla filosofia greca che contrappone l’elemento materiale a quello spirituale.

Per la Sacra scrittura l’uomo è un essere unitario composto di anima, spirito e corpo. In altri termini non prega solo l’anima ma prega l’uomo, la persona, nella sua totalità di anima, spirito e corpo. Non è l’anima che anela a Dio ma tutto l’essere umano nella sua corporeità, nella sua dimensione storica concreta.

E’ un dettaglio importante perché la preghiera non è semplicemente una realtà “spirituale” o comunque non riguarda solo la dimensione spirituale dell’uomo ma esige tutta la dimensione umana.

L’uomo prega con i suoi sentimenti, con i gesti corporei poiché tutto il suo essere è coinvolto. In questo senso la preghiera è quel percorso necessario per progredire nel cammino di umanizzazione.

Pregare significa imparare attraverso la relazione con Dio il senso della propria esistenza per ritrovare le motivazioni interiori e gli atteggiamenti esteriori necessari per vivere secondo lo Spirito.

La sete, nell’esperienza umana, esprime un bisogno esistenziale primario allo stesso modo l’atto del pregare esprime il bisogno fondamentale di salvezza che è proprio di ogni credente. Esperienza che non sfocia mai nell’appagamento pieno ma nel continuo desiderio di Dio.



La preghiera inizia come invocazione, come richiesta, come accoglienza docile del dono di Dio.

Qualche volta può sfuggire l’attenzione al dono di Dio per lasciare emergere invece, nel momento in cui preghiamo, i tanti bisogni, le tante aspettative che ci abitano così da lasciare che il nostro caos interiore monopolizzi la preghiera stessa.

La supplica, la richiesta, l’intercessione sono forme di preghiera fondamentali senza per questo dimenticare che la preghiera è, anzitutto, accoglienza dell’amore preveniente di Dio.

Non si tratta di dire o di fare delle cose per Dio ma di disporre il cuore per accogliere il dono che ci viene elargito in abbondanza: lo Spirito Santo.

Per comprendere l’azione dello Spirito Santo dobbiamo focalizzare la nostra attenzione su due aspetti fondamentali:

- lo Spirito Santo protagonista della preghiera;
- lo Spirito santo oggetto della nostra preghiera.
 

LO SPIRITO SANTO SOGGETTO DI PREGHIERA

Lo Spirito Santo ci abilita a pregare, infatti, fin dal battesimo possiamo affermare di essere in stato di preghiera . Tale consapevolezza ci permette di comprendere la preghiera come una realtà presenta in noi tramite il dono dello Spirito Santo.

La preghiera non affiora attraverso uno sforzo ascetico fondato su tecniche spirituali che garantiscono in maniera automatica e immediata il contatto con Dio , ma è originata da Dio stesso presente in noi attraverso lo Spirito Santo: “ La preghiera è l’opera di Dio nel credente, e per questo è Dio stesso che educa il credente alla preghiera”

La preghiera è una “falda sotterranea” che emerge, affiora in superficie se solo siamo capaci di scavare in profondità.

Risulta evidente, per una vera educazione alla preghiera, la necessità di sviluppare l’arte dell’ascolto in modo da poter cogliere, intercettare, discerne la presenza dello Spirito che prega in noi. E’ attraverso l’ascolto di Dio che noi accogliamo lo Spirito Santo.

L’apostolo Paolo ha ben evidenziato la presenza orante dello Spirito Santo nella vita del battezzato come si evince dai seguenti brani :

-“ allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi” ( Rm 8,26);

- “ E che voi siete figli né è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà Padre” ( Gal 4,5)

Il testo sopra citato della lettera ai Romani è particolarmente denso e teologicamente significativo tanto che possiamo cogliere i seguenti aspetti che accenniamo semplicemente :

- a) la preghiera nasce in una condizione di debolezza e di incapacità. Paradossalmente, possiamo affermare per pregare bisogna riconoscere di non saper pregare. Senza questa consapevolezza difficilmente affiora il desiderio di ricevere lo Spirito Santo piuttosto si corre il rischio di confondere le nostre aspettative, le nostre ansie come fonte d’ispirazione per iniziare il dialogo con Dio. L’etimologia stessa del termine pregare fa risalire a precarius che rinvia alla situazione di precarietà, “ di bisogno dell’uomo che nel mondo si sente minacciato”. ( Enzo Bianchi) ;

- b) l’apostolo Paolo insiste affermando che non sappiamo “come pregare” e potremmo aggiungere che non sappiamo neanche “cosa” domandare. Anche in questo caso siamo di fronte a un linguaggio per certi versi paradossale ma ancora una volta molto significativo perché richiama l’atteggiamento di umiltà quale condizione propedeutica alla relazione con Dio. La preghiera non nasce da un atto di presunzione da parte dell’uomo convinto di poter raggiungere Dio magari facendo l’elenco delle proprie virtù ( cfr. Lc 18,9-14), ma da un atteggiamento di umiltà di docilità del cuore. Umiltà è un termine che deriva da humus e vuol dire terra. Metaforicamente parlando l’orante si presenta a Dio come terra che si lascia fecondare dalla grazia : “ come terra deserta, arida, senz’acqua” ( Salmo 63,2 ; cfr. Is 55,10-11);

- c) “Lo Spirito intercede con insistenza per noi ”. Lo Spirito prega in noi, come abbiamo avuto modo di affermare, sin dal battesimo e nel contempo prega per noi, intercede a nostro favore secondo i disegni di Dio. E’ lo Spirito che grida in noi “ Abbà, Padre” (Gal 4,5) quale vero Maestro di preghiera, Colui che ci conduce alla Verità tutta intera ( Gv 16,13; cfr. 1Gv 1,27). E’ interessante la considerazione che fa Enzo Bianchi a tal proposito: “ Il cristiano riconosce di essere figlio di Dio proprio da questa capacità di invocazione immessa in lui dallo Spirito santo che, come scrive Diadoco di Fotica, <si comporta come una madre che insegna al proprio figlio a chiamare papà e ripete tale nome con il bambino finchè lo porta alla consuetudine di chiamare il papà anche nel sonno>”. Lo Spirito santo è la memoria costante in noi dell’amore che Dio continua riversa nella nostra vita; è la memoria constante della Signoria di Dio in noi ( cfr 1 Cor 12,3); è Colui che ci permette di lodarlo con tutto il cuore, la mente e le forze.
 

LO SPIRITO SANTO OGGETTO DI PREGHIERA.

Lo Spirito Santo ci rende capace di invocarlo. La Terza Persona della SS. Trinità non solo precede la preghiera, la prepara, la rende possibile attraverso la sua permanente intercessione ma è anche oggetto del nostro desiderio, oggetto della nostra invocazione.

Non c’è preghiera cristiana possibile senza lo Spirito Santo e nel contempo la preghiera è finalizzata all’ottenimento dello Spirito Santo:
” Se dunque voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quando più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono” ( Lc 11,13).

Per comprende il nesso tra la preghiera del Padre Nostro, definita dai padri della chiesa come compendio di tutto il vangelo, e l’invocazione dello Spirito Santo bisogna considerare con attenzione ciò che ci sta nel mezzo e cioè la sezione che riguarda l’episodio dell’amico importuno Lc 11,5-8.

In particolare bisogna porre attenzione su una “parola gancio” cioè una parola che appare come una sorta di filo rosso che stabilisce una perfetta relazione tra la preghiera che Gesù consegna ai suoi discepoli Lc 11,2-4; la pericope dell’amico importuno Lc 11,5-8 e l’esortazione del Maestro di chiedere con insistenza Lc 11,9-13.

Non sono argomenti scollegati tra loro ma uniti dalla parola “pane” che riscontriamo in:

Lc 11,3 dacci oggi il nostro pane quotidiano;
Lc 11,5b: “ Amico, prestami tre pani”;
Lc11,11 “ Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra?.

Il pane è il protagonista, l’oggetto della richiesta che simbolicamente rappresenta il dono dello Spirito santo , infatti questa sezione si chiude con l’invito da parte di Gesù di chiedere lo Spirito Santo ( cfr Lc 11,13).

Se ci soffermiamo per un attimo sul valore evocativo del pane possiamo cogliere alcuni aspetti importanti che ci aiutano a comprendere il come chiedere lo Spirito Santo.

a) il pane simboleggia il bisogno essenziale dell’uomo di nutrirsi per vivere e poter utilizzare tutte le proprie potenzialità, similmente chiedere lo Spirito Santo significa manifestare il bisogno dell’uomo nuovo di vivere in comunione con Dio. Lo Spirito Santo è “il pane quotidiano” che nutre l’esistenza del credente, la consolida, la trasfigura per conformarla, di gloria in gloria, ad immagine di Dio;

b) Il pane non è il fine dell’uomo; l’uomo non vive per mangiare, per nutrirsi ma per giungere il suo vero fine, il senso della sua esistenza; il pane è uno strumento. La preghiera non è il fine della vita cristiana ma è uno strumento che permette di raggiungere il fine : essere in comunione con Dio. La preghiera non è un fatto emozionale, anche se il dato sensibile, emozionale non è escluso, ma è finalizzata al cambiamento del cuore, alla conversione. Pregare non vuol dire far cambiare Dio ma cambiare dinnanzi a Dio. Questo è il vero criterio da adottare ogni qualvolta desideriamo verificare l’efficace della preghiera. Chi invece si ferma al dato emozionale, momentaneo ritenendo di potere giudicare la validità della preghiera dagli effetti immediati primo o poi cesserà di pregare perché non sarà più capace di sopportare il tempo del silenzio di Dio, dell’aridità spirituale, del non sentire nulla. La preghiera non dipende da ciò che sentiamo o non sentiamo ma dalla fede ( cfr Ebr.11,1; Rm 8,24; I Pt 1,8; 1 Re 19,12b);

c) L’episodio dell’amico importuno ribadisce l’importanza della richiesta insistente, alcuni traducono fatta con “sfacciataggine” cioè in situazioni e condizioni sfavorevoli eppure con la certezza di esauditi. Bisogna chiedere lo Spirito Santo con la certezza di riceverlo non virtù di meriti particolari ma semplicemente per il fatto che Dio è fedele alle sue promesse. Se è pur vero che Dio conosce ogni nostro bisogno prima ancora che apriamo bocca ( cfr Mt 6,7) è pur vero che chiedere significa disporsi al riconoscimento del dono. Non si tratta di convincere Dio attraverso l’eloquenza delle nostre parole ma semplicemente disporsi al riconoscimento del dono che Dio ci offre a pieni mani. Per questo motivo l’invocazione dello Spirito nella preghiera personale come comunitaria è un momento importante da fare con fiducia, semplicità ma nel contempo con un cuore attento, disponibile, aperto alla grazia in modo da lasciarsi plasmare e rinnovare. Impariamo a chiedere lo Spirito Santo:

- con fiducia consapevolmente convinti che nonostante il nostro peccato, le nostre aridità spirituali Dio mantiene sempre le sue promesse;
- con insistenza, con perseveranza, quotidianamente;
- aperti alla novità dello Spirito lasciandoci da Lui scombussolare, senza cercare la conferma delle nostre aspettative ma assecondando la volontà di Dio;
- con semplicità
- con cuore affranto e umiliato
- con gioia.

Vieni , santo Spirito,
riempi i cuori di coloro che credono in te.
Tu che sei venuto un tempo per farci credenti,
vieni di nuovo per renderci beati.
Tu che sei venuto un tempo perché,
con il tuo aiuto e per tuo dono,
potessimo gloriarci
nella speranza della gloria dei figli di Dio,
vieni di nuovo
perché possiamo gloriarci
nel compimento di tale speranza.

Gualtiero di San Vittore
  


 La preghiera comunitaria carismatica

“premesse spirituali e bibliche”

L’aggettivo “carismatica” è l’aspetto fondamentale che caratterizzare e distingue l’esperienza di ogni incontro di preghiera comunitaria in seno al RnS, rispetto a qualunque altra forma , seppur valida, di preghiera .

Tale aggettivo indica tutta una realtà spirituale che si ricollega , in maniera evidente, all’esperienza della preghiera d’effusione e alla nuova familiarità che ne consegue con la terza Persona della S.S. Trinità.

Lo Spirito Santo non è più percepito come il grande “assente” nella vita cristiana ma come una realtà presente, efficace, operante e alcune volte persino sensibile. La preghiera d’effusione determina una nuova e crescente docilità allo Spirito Santo , ai suoi suggerimenti, desideri per una vita sempre più conforme a Cristo.

La preghiera comunitaria carismatica è l’evento fondamentale per desiderare , invocare, accogliere ed esprimere la presenza e potenza dello Spirito, per un riconoscimento comunitario e personale della Signoria di Cristo ( cf. 1 Cor 12,2) e una maggiore crescita nella fraternità in quanto figli dell’unico Padre.

In modo particolare l’aggettivo “carismatica” rimanda, in modo evidente, all’esperienza dei carismi come realtà presente e operante all’interno dell’incontro di preghiera. Se consideriamo l’evento di Pentecoste ci rendiamo conto che lo Spirito Santo agisce nell’ambito dell’interiorità “ tutti furono pieni di Spirito Santo” e dell’esteriorità “ e cominciavano a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” ( cf At 2,3).

Il movimento interno della preghiera carismatica , come d’altronde si evince dall’esperienza dell’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, consiste nell’accogliere la forza che viene dall’alto per una condivisione fraterna che apre alle manifestazioni carismatiche dello Spirito che libera, guarisce, consola, esorta, incoraggia, illumina, rafforza la fede, speranza e carità. IL movimento della preghiera carismatica è dunque il seguente: da Dio ai fratelli per ritornare a Dio nella lode, nel canto, nell’esultanza in modo da ricevere forza per essere testimoni “sino agli estremi confini della terra”.

L’incontro di preghiera comunitaria carismatica non è un evento fine a se stesso ma ecclesiale, nel senso che produce un vero e proprio dinamismo missionario all’interno dello spazio ecclesiale e nel mondo. La dimensione della diffusione della grazia “pentecostale” è un compito prioritario del RnS che si esplicita nel suscitare l’attenzione di tanti cristiani che vivono la loro fede in maniera tiepida e insignificante.

Un gruppo che fa esperienza della potenza dello Spirito non è mai una realtà chiusa, in antagonismo con gli altri, ma aperta agli altri , alla ricerca dei lontani perché quante più persone possibile possano riscoprire la gioia di essere cristiani e quante più persone possibile la gioia di essere salvati.

1.1 Fondamento biblico
della preghiera comunitaria carismatica


Fatta questa breve premessa cerchiamo di considerare alcuni passi del N.T. che riecheggiano in qualche modo l’esperienza carismatica , l’esperienza della preghiera ispirata in un contesto comunitario. In particolare consideriamo i seguenti brani:

ma siate ricolmi dello Spirito, 19 intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, 20 rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. ( Ef 5,19

6 La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. 17 E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. (Col 3,16)

Che fare dunque, fratelli? Quando vi radunate ognuno può avere un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue, il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia per l’edificazione. 27 Quando si parla con il dono delle lingue, siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine; uno poi faccia da interprete. 28 Se non vi è chi interpreta, ciascuno di essi taccia nell’assemblea e parli solo a se stesso e a Dio. 29 I profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino. 30 Se uno di quelli che sono seduti riceve una rivelazione, il primo taccia: 31 tutti infatti potete profetare, uno alla volta, perché tutti possano imparare ed essere esortati. 32 Ma le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti, 33 perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace. ( I Cor 14,26)

Notiamo che in entrambi i testi si prega con i salmi, in particolari in . Ef 5,19 e Col 3,16 si parla di salmi al plurale, rinviando a un esperienza comunitaria, corale, mentre in 1 Cor 14,26 si parla di “un salmo”, al singolare, facendo riferimento alla preghiera di una singola persona ascoltata da tutta l’assemblea . Senza escludere comunque l’utilizzo dei salmi, è evidente il rifermento a una preghiera ispirata sull’esempio dei salmi che sono preghiera ispirata

Questo dato emerge dal fatto che in Ef 5,19 si premette di essere “ ricolmi dello Spirito” e che 1 Cor 14,26 si dica “ ognuno può avere un salmo” facendo riferimento a qualcosa che accade per ispirazione e non certo perché appositamente scelto o preparato. Ad ogni modo mi sembra interessante il fatto che la preghiera ispirata sia espressa con un linguaggio biblico.

Non è da escludere il fatto che credenti , all’inizio della cristianità, profondi conoscitori dei salmi come modo personale e liturgico di pregare, si rivolgevano “spontaneamente a Dio” ricordando, citando, sotto ispirazione , le parole dei salmi.

La preghiera ispirata assume la forma di Parola di Dio pregata, quale modo efficace di esprimere ciò che lo Spirito sta operando nel cuore del credente, oppure può si esplicita come modo inedito di pregare.

L’ispirazione è un modo creativo, nuovo, di entrare in dialogo con Dio, di rispondere all’amore preveniente di Dio.

1.2IL canto nuovo,
la preghiera ispirata


Colpisce, in particolare, l’espressione “ cantici spirituali” cioè canti nello Spirito, canti ispirati, inediti che l’unzione dello Spirito Santo determina n un cuore che desidera ardentemente rendere grazie a Dio.

L’espressione canti spirituali rimanda ad un'altra espressione particolarmente presente nell’A.T soprattutto nei salmi e ripresa poi nel libro dell’Apocalisse, si tratta del canto nuovo cf. Gdt16,13; Sal.33,3; 40,4; 96,1; 98,1; 144,9; 149,1; Is 42,10, quasi sempre sinonimo di lode. Cantare significa, nella maggior parte dei casi, lodare Dio , confessare la sua Signoria sul male, sulla morte, sui nemici.

La lode è il più delle volte manifestazione del dono della liberazione operata da Dio per la salvezza del suo popolo. Cantare la lode vuol dire ricordare la liberazione operata da Dio ma nel contempo anche sperimentarne la sua efficace nella propria condizione attuale. La lode è memoria della liberazione operata nel passato, vissuta nel presenta profetizza per il futuro.

Lodare significa accogliere il dono della liberazione riconoscendo Dio come unico autore di tale evento.

L’aggettivo “nuovo” non indica semplicemente qualcosa di inedito ( cf. I s 48,6) ma un evento di rinascita sperimentato dal cantore. IL canto è nuovo perché scaturisce da un cuore nuovo, da un cuore ricreato dalla grazia, guarito, purificato. Tale esperienza conduce l’orante a una nuova conoscenza di Dio, a nuove intuizioni spirituali, a nuove aperture profetiche, che lo dispongono ad accogliere in maniera nuova la volontà di Dio.

Anche il libro dell’Apocalisse (rivelazione) cita frequentemente l’esperienza del canto nuovo da parte dei redenti, di coloro che adorano l’Agnello (cf. Ap5,9). Tale canto può essere compreso solo dai redenti, solo da coloro che credono mentre rimane sconosciuti e in decifrabile per i non credenti ( Ap.14,3). Questo canto nuovo è il canto di Mosè cioè il canto che scaturisce in un contesto di liberazione ( cf. Ap.15,3). In questo modo il canto nuovo acquista una dimensione storica ed escatologica, immanente e trascendente. Tra la Gerusalemme terrestre e quella celeste vi è una continuità misteriosa data dal canto nuovo che i credenti sperimentano nella concretezza della loro storia e che esprimono in modo particolare in un contesto liturgico uniti al canto dei redenti nella Gerusalemme celeste. La lode è già anticipazione della realtà escatologica, della piena manifestazione della gloria di Dio.

IL canto nuovo scaturisce da un cuore ricolmo di Spirito Santo ( cf. Col 3,18). Senza lo Spirito Santo la nostra preghiera è un semplice e insignificante boccheggiare che non ci consente di entrare in relazione con la presenza di Dio. Noi, afferma S.Paolo, non sappiamo come preghiera e cosa domandare ( cf. Rm8) perché siamo spesso agitati e condizionati dal nostro egoismo e dal desiderio di vedere soddisfatti i nostri bisogni senza accogliere i desideri dello Spirito. Per questo motivo lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, alla nostra incapacità e per certi versi impossibilità a pregare , ad entrare in comunione e comunicazione con Dio.

Lo Spirito Santo ci educa alla preghiera, Egli , infatti, sin dall’inizio, come fa una madre nei riguardi del proprio figlio, ci conduce a riconoscere Dio come Padre e ci fa partecipare al grido del Figlio di Dio che dice: Abbà, Padre ( cf. Rm 8,15; Gal 4,6). L’esperienza fondamentale del credente rigenerato dallo Spirito che nasce a vita nuova è il grido ispirato dallo Spirito che diventa preghiera, comunicazione e dialogo con Dio Padre.

Lo Spirito Santo suscita la preghiera ed è oggetto della nostra preghiera. Lo Spirito è il protagonista della preghiera cristiana perché senza di Lui non c’è possibilità di relazione con Dio. La preghiera è qualcosa che ci precede e ci viene offerta in dono dallo Spirito Santo. Per questo motivo dove c’è esperienza di Spirito Santo c’è anche la preghiera; essa diventa un modo “naturale” di vivere davanti a Dio, di concepire la propria esistenza umana. La preghiera autenticamente mossa dallo Spirito non conduce a nessuna evasione dalla storia, dalla quotidianità ma illumina il vissuto umano. Pregare nello Spirito significa vivere davanti a Dio, comunicare ciò che siamo , portare a lui la nostra vita, storia spesso lacerata per portare la sua luce, forza nella nostra condizione umana. La preghiera è un cammino di relazione con Dio che si esplicita nel quotidiano.

Lo Spirito non solo è protagonista della preghiera ma è anche l’oggetto invocato, desiderato. Noi preghiera chiedendo con insistenza e fiducia, anzitutto, il dono dello Spirito Santo per acquisire una crescente docilità interiore e una profonda conoscenza di Dio e di noi stessi.

Per questo motivo ogni preghiera inizia invocando lo Spirito Santo, il dono per eccellenza, che ci mette in comunicazione con Dio, che comunica il desideri di Dio, che ci dà il pensiero di Cristo e ci fa comprendere le cose spirituali in termini spirituali.


Alcune condizioni interiori ed esteriori
per disporsi all’accoglienza dei carismi
nel corso della preghiera comunitaria.

L’atteggiamento che prepara i cuori a fare esperienza dell’azione carismatica dello Spirito è la preghiera e l’ascolto. Prima ancora, vi è un atteggiamento esteriore di fondamentale importanza, spesso trascurato : l’accoglienza fraterna.

2.1L’accoglienza : evento profetico

In realtà l’accoglienza è anzitutto un evento interiore, una disposizione del cuore che necessità, comunque, di essere esteriorizzata attraverso gesti che favoriscano un vero e proprio clima fraterno, di serenità e di festa che introducono tutti verso il mistero, la presenza di Dio.

In particolare sono due le immagini bibliche che ci aiutano a comprendere l’importanza di questo momento iniziale dell’incontro di preghiera e che aprono all’accoglienza dei carismi: l’incontro di Maria ed Elisabetta (cf Lc 1,39), gli apostoli radunati insieme a Maria nel cenacolo in attesa dello Spirito ( cf Att 1,11).

In entrambi i casi la protagonista dell’accoglienza è Maria, Colei che prepara con la sua presenza umile e discreta, con la sua maternità, i cuori all’incontro con il Signore.

In altri termini se, sin dall’inizio dell’incontro di preghiera, non esprimiamo la gioia di incontrare i fratelli e le sorelle, sull’esempio di Maria, per essere a servizio gli uni degli altri, senza rivalità, risentimenti, invidie, gelosie, difficilmente saremo strumenti nelle mani di Dio attraverso l’accoglienza e l’esercizio dei carismi.

La gioia accogliente di Maria favorisce l’effusione dello Spirito Santo su Elisabetta che, a sua volta, profetizza. L’accoglienza è un vero e proprio tempo profetico dove lo Spirito Santo comunica pace, gioia e amore, attraverso gesti umani ma sinceri di fraternità.

Nel cenacolo Maria è presente insieme agli apostoli come “madrina”, garante delle promesse del Figlio in attesa dell’effusione dello Spirito. Il loro stare insieme non è un fatto formale ma un evento spirituale particolare che esprime l’unione dei cuori: “ tutti erano assidui e concordi nelle preghiere” ( Atti 1,14).

Il termine con-cordi significa letteralmente con un unico cuore. In Atti 4,33 si dice che coloro che erano venuti alla fede erano “un cuor solo e un’anima sola” cioè una sola cosa, pur nella diversità delle persone e dei carismi.

L’accoglienza favorisce questo momento fraterno dove accordiamo i nostri cuori, ci sintonizziamo. D’altronde non si può eseguire alcuna opera musicale senza aver prima accordato gli strumenti musicale. Nella lettera ai Romani 15,7, l’apostolo Paolo, afferma che l’accoglienza fraterna, l’assunzione dei medesimi sentimenti di Cristo degli uni verso gli altri, mette nelle condizioni la comunità di poter elevare “con un solo animo e una sola voce” la lode a Dio, facendo echeggiare l’esperienza dei tre giovani nella fornace ardente che all’unisono lodavano Dio ( cf. Dn).

L’accoglienza esprime la gioia di pregare insieme e nel contempo il “bisogno” che abbiamo ungi degli altri per entrare alla presenza di Dio. In questo modo ognuno accoglierà come dono la preghiera dell’altro e ascolterà con attenzione la voce dello Spirito. L’ordine e il decoro nella preghiera comunitaria carismatica è garantito non solo da animatori attenti e capaci, ma da un clima di fraterna accoglienza, rispetto, attenzione, ascolto gli uni degli altri .

Ritengo particolarmente eloquenti le parole di un padre della chiesa a tal proposito:

“ Dio ci conceda di stare nella sua casa con pace, concordia e unanimità; vuole che proseguiamo ad essere ciò che Lui fece di noi nella seconda nascita (battesimale). Perciò, dal momento che abbiamo cominciato ad essere figli di Dio, restiamo nella pace di Dio e, dal momento che è uno solo il nostro spirito, sia unica l’anima, unico il sentimento. D’altra parte Dio non accoglier il sacrificio di un uomo discorde e comanda di ritornare prima a riconciliarsi con il fratello ( Mt 5,24), perché Dio possa essere placato da preghiere di pace.” ( San Cipriano)

“ il sacrificio più grande e più gradito a Dio è la pace fra noi e la fraterna concordia ..” ( San Cipriano)

2.2 la preghiera dispone all’esperienza e all’esercizio dei carismi.

Non è un caso che gli apostoli fanno esperienza dell’effusione dello Spirito e della forza carismatica in quanto radunati, secondo l’invito di Gesù , solo se invocano in preghiera il dono dall’altro (Atti 2,4); similmente anche la comunità dei Corinzi fa esperienza dei carismi in un contesto di preghiera , di culto, per come si evince, in modo particolare ,in 1 Cor 14,23 .

In altri termini i carismi si accolgono e si esercitano in un contesto di preghiera, di fervente invocazione dello Spirito e di filiale sottomissione alla volontà di Dio. Lo Spirito Santo è come il vento, afferma l’evangelista Giovanni, non sappiamo donde viene e dove va, ne percepiamo solo gli effetti. Questo vuol dire che nessuno può “possedere” lo Spirito, può strumentalizzarlo inducendo gli altri ad esercitare i carismi. Questi sono doni gratuiti dello Spirito Santo elargiti secondo la libera e sovrana libertà di Dio che nessuno può determinare o utilizzare all’occorrenza quasi per mettere alla prova Dio o per dimostrare l’agire potente di Dio.

L’azione carismatica non può mai essere indotta o provocata da noi, dai nostri desideri e dalla nostre aspettative; non c’è persona eloquente, capace, spirituale, per quanto vogliamo o pensiamo che possa determinare l’esperienza carismatica in gruppo, né tanto meno vi sono tecniche spirituali o di gruppo che possono in qualche modo determinare le manifestazioni carismatiche; piuttosto siamo chiamati a disporre i cuori attraverso la preghiera per accogliere l’azione sorprendente e imprevedibile dello Spirito ed essere pronti a lasciarsi guidare da Lui per l’edificazione della comunità.

La preghiera espressa da un cuore umile e contrito è l’atteggiamento umano e spirituale necessario per attendere le manifestazioni carismatiche dello Spirito santo all’intero di un clima di autentica fraternità e di profondo ascolto della volontà di Dio.

La peculiarità, inoltre, della preghiera carismatica rispetto, ad esempio, all’adorazione silenziosa davanti al Santissimo o a un momento personale di meditazione, riflessione, consiste nel fatto che è finalizzata alla conversione e trasformazione dei cuori attraverso un esperienza “convincente” della Signoria di Cristo.

Per questo motivo la gioia, la benedizione, la lode, il ringraziamento, la supplica, l’intercessione devono essere esternate, in modo tale che gli altri possano dire il proprio Amen e, attraverso i carismi profetici e di rivelazione, ciascuno sia edificato , riceva nuova luce in vista del pentimento per poter adorare Dio e proclamare che veramente “Dio è in mezzo a noi” ( cf. 1 Cor 14,23ss).

La preghiera comunitaria, sin dall’inizio del suo svolgersi, dev’essere espressione di profonda fiducia in Dio nella piena consapevolezza che dove due o più sono riuniti nel Suo Nome ( cf Mt 18,20) Dio effonde in abbondanza il dono dello Spirito Santo : “ quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” ( Lc 11,11) , insieme ai carismi (cf I Cor 12,4ss)

I carismi nel contesto della preghiera comunitaria sono a servizio della preghiera medesima. Infatti, gli effetti delle manifestazioni carismatiche come il canto in lingue, le profezie, i carismi di consolazione e di guarigione, sono finalizzati alla lode, alla confessione della Signoria di Dio in vista di un cambiamento di vita.

Tutto quello che non contribuisce a irrobustire la fede e ad attirare l’attenzione della comunità su Gesù, unico protagonista assoluto dell’incontro di preghiera, non è certamente opera dello Spirito.

Non è garanzia di autenticità tutto ciò che è straordinario ma solo tutto ciò che è ispirato dallo Spirito Santo. Questo d’altronde è il criterio pastorale adottato da San Paolo quando afferma che solo chi confessa che Gesù è il Signore può dirsi veramente ispirato da Dio ( cf I Cor 12,2), diversamente, nonostante la straordinarietà o l’entusiasmo di qualcuno, è certo che non vi è alcuna ispirazione autentica.

Di conseguenza coloro che ricevono dallo Spirito santo i carismi possiedono anche i “modi dello Spirito” secondo la descrizione di San Paolo ai Galati: “Il frutto dello Spirito è amore, pace , gioia…” ( Gal 5,25).

Accade che chi prega e si lascia ispirare e illuminare dallo Spirito riceve una forza interiore particolare così da lodare Dio con l’energia donata da Dio, da cantare con la gioia donata da Dio, da profetare con le Parola ispirate da Dio. Né consegue che ogni preghiera ispirata e accompagnata dalle manifestazioni carismatiche diventa contagiosa determinando una profonda affinità spirituale tra tutti i membri della comunità radunata in preghiera, in modo da manifestare la bellezza della Pentecoste, nella diversità delle espressioni e delle manifestazioni.

La preoccupazione principale della comunità non dev’essere quella di attendere chi sa quale manifestazione carismatiche né tanto meno dev’essere il luogo dove qualcuno decida di esibirsi in forme più o meno bizzare di “carismatismo”, piuttosto quello di riconoscere la presenza del Signore in mezzo all’assemblea in modo da acquisire una particolare sensibilità allo Spirito e una profonda disponibilità di cuore ad accogliere i carismi nella pace, gioia e benevolenza, per l’edificazione comune.

2.3 Quale preghiera?

La preghiera comunitaria carismatica si caratterizza anzitutto per una particolare apertura alla lode, alla benedizione, al ringraziamento. Questa forma è propedeutica all’esperienza della preghiera comunitaria perché consente di entrare immediatamente in una relazione filiale con Dio e dunque di gratitudine per il Suo infinito amore.

Non si tratta di presentarsi al Signore facendo l’elenco dei nostri problemi, bisogni, peccati, piuttosto di riconoscerlo come Signore della nostra vita, Padre buono e misericordioso che nonostante tutto si prende cura di noi: “ Lodate il Signore popoli tutti, voi tutte nazioni dategli lode perché forte è il suo amore per noi e la sua fedeltà dura in eterno” ( Sal 117).

Questo brevissimo salmo spiega il “perché”, la motivazione della lode : “perché forte ( tenace, fedele, costante) è il suo amore per noi. Questo presuppone che noi non andiamo a Dio come servi che ritengono di meritare l’attenzione di Dio per fedeli osservanti della legge, nè tanto come persone che affermano di non meritare l’amore di Dio a motivo dei peccati. Piuttosto siamo degni di presentarci a Dio perchè Lui ci ama e ci attira a sé.

La lode è dunque manifestazione del primato della Signoria di Dio, del suo amore sulla nostra vita, sul nostro peccato, suoi nostri eventuali meriti o demeriti. IL centro della preghiera non siamo noi ma l’amore di Dio. L’unica cosa che ci vien chiesta è la fiducia nell’amore di Dio.

Compito dello Spirito Santo è proprio quello di immettere dentro di noi una profonda fiducia verso Dio, di ricordarci il suo amore nonostante il nostro peccato.

La lode non solo è espressione della Signoria di Dio nel nostro oggi, nella nostra situazione reale ma ci apre al futuro, alla speranza: “ la sua fedeltà dura in eterno”. Attraverso la lode cambia la nostra prospettiva sulle situazioni particolari che magari ci affliggono per alimentare una nuova fiducia che ci libera dall’angoscia e dalla paura.

Da un punto di vista semplicemente lessicale, possiamo dire che si loda per un bene che non ci appartiene e si ringrazia per un bene che si riceve. Si loda per la salvezza di cui siamo partecipi e si ringrazia per la salvezza che riceviamo. Si loda per ciò che Dio è e si ringrazia per ciò che Dio ha fatto .Quest’atteggiamento è l’esatto opposto dell’invidia che gioisce perché possiede in maniera esclusiva un bene e si rattrista del bene degli altri

La lode è, a tal proposito, fonte di liberazione e di maturità umana, perché dispone al dono, alla gratuità contro ogni forma di invidia e di egoismo; accresce il senso di gratitudine e di benedizione verso gli altri, rende capaci di compiere gesti di vera fraternità nella gratuità, senza cercare il proprio interesse.

“ Se la supplica esprime un vicolo cieco dove l’orante si trova rinchiuso, la lode è segno della sua salvezza, di una vittoria sul male che lo schiaccia. Essa è la gioia per la vita e il bene. (….) La lode è l’opposto dell’invidia, che si rallegra di un bene unicamente quando può gioirne da sola e che, diversamente, si rattrista del bene condiviso o posseduto da altri. Da questo male che è alla radice del male, la lode è libera, e può liberare. Segno tangibile ed espressione giubilatoria della liberazione dal male, la lode è anche testimonianza, comunicazione della buona novella del beneficio ricevuto. Essa è dunque rifiuto di tenere per sé, ed è ciò che caratterizza il decentramento verso Dio e verso gli altri.. Perciò la lode è espansiva, è una sorgente di onda che vuole trasmettersi, proprio come la vita o la felicità di cui è espressione. E’ così che il movimento proprio della lode è l’estensione nel tempo e nello spazio, contrariamente alla supplica dove tutto s’incentra sull’orante rinchiuso nella sua sofferenza opprimente.”
(Andrè Wénin, Entrare nei Salmi, ed. EDB,2002, pag.52)

2.4 L’ascolto profetico

Dalla lode come evento corale, si passa all’ascolto profetico come momento in cui lo Spirito illumina le nostre situazioni particolari muovendoci verso un cambiamento di prospettiva, verso una nuova fiducia nella misericordia di Dio, per giungere ad essere testimoni in mezzo all’assemblea delle opere misericordiose che il Signore ha operato per noi. Si passa dalla timidezza alla parresia, alla franchezza ( cf. 1 Cor 14,23).

In Atti 10,46 si afferma che quanti ascoltavano le parole di Pietro fecero esperienza dei doni carismi e in particolar modo quello del parlare in lingue, glorificare Dio e in altri casi profetare.

Ascoltare in questo caso vuol dire credere, accogliere il messaggio di salvezza. Spesso si nota una sorta di sordità del cuore, all’interno del contesto della preghiera comunitaria carismatica, perché alcune parole o preghiere profetiche sembrano lasciare indifferenti la comunità. Dove non c’è ascolto attento, umile e sincero della Parola di Dio piano piano la profezia finisce. Spesso la mancanza di autentiche esperienze carismatiche dipendono dalla non –accoglienza o diffidenza da parte della comunità fino alla loro totale scomparsa.

L’ascolto profetico esige il discernimento. Siamo tutti chiamati a discernere, cioè a capire cosa il Signore dice attraverso la profezia, la preghiera dei fratelli e delle sorelle. La comprensione del “cosa” il Signore dice favorisce un preciso atteggiamento di fede, fiducia, abbandono a Dio. Se non ci lasciamo interrogare, trafiggere, dalla Parola di Dio, dalla profezia difficilmente entreremo in clima di preghiera e saremo in grado di esercitare i carismi.
  

 

L’ESPERIENZA DEL CANTO IN LINGUE
NEL RNS

Tra le manifestazioni carismatiche più diffuse dell’esperienza del RnS che trova particolare visibilità all’interno dell’incontro di preghiera comunitaria carismatica, vi è certamente il “canto in lingue”, il giubilo nello Spirito.

Non è nostra intenzione approfondire tale fenomeno dal punto di vista biblico, teologico, patristico, antropologico ma, semplicemente, offrire alcuni spunti di riflessione per giustificare o dimostrare, se questo fosse necessario, la fondatezza di tale esperienza, in modo da confermare quanti esercitano tale carisma, incoraggiare i titubanti e assicurare quanti, rimanendo ai margini dell’esperienza del RnS, esprimono notevoli pregiudizi su tale manifestazione dello Spirito.

Dobbiamo, anzitutto, ricordare che si tratta di un carisma e dunque di una elargizione dello Spirito Santo che agisce secondo la sua sovrana libertà, superando ogni nostra ragionevole considerazione o schema culturale e teologico senza,per questo, escludere la riflessione seria e attenta per una maggior comprensione dell’agire di Dio.

Semplicità, capacità di osservazione e, nel contempo impegno nell’approfondimento biblico, teologico, patristico, sono certamente elementi fondamentali per riconsiderare costantemente l’esperienza spirituale, carismatica, in modo da saper discernere la volontà di Dio ( cf Rm12,2; 1 Tes 5,17).

3.1 Fondamenti biblici.

Possiamo cogliere un’anticipazione profetica del canto in lingue nelle parole di Isaia: “ Sarà infatti mediante labbra balbuzienti e mediante un’altra lingua che Dio parlerà al suo popolo” ( 28,11). Labbra balbuzienti rinvia al linguaggio proprio dei bambini che non esprime alcun concetto o significato intellegibile. Il Salmo 8 afferma che con la “bocca dei bambini e dei lattanti” il Signore afferma la sua “potenza”. La versione greca dei LXX riportata dall’evangelo di Matteo sostituisce la parola “potenza” con “lode”: “dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode” ( Mt 21,16). Se consideriamo il contesto della profezia di Isaia, confrontandola con Geremia 5,15, risulta evidente che l’autore non fa riferimento alcuno all’esperienza del canto in lingue, semmai il contesto immediato è quello di un forte richiamo che il profeta fa al suo popolo nei riguardi dei falsi profeti, accennando alla “lingua” di popoli stranieri.
Ma se andiamo aldilà del contesto proprio e accostiamo il brano di Isaia 28,11 con il Salmo 8 e il vangelo di Matteo 21,16 , possiamo intuire in quelle “labbra balbuzienti” la lode dei bambini che si esprimono con un linguaggio non ancora ben articolato.

In modo particolare, possiamo rilevare tracce dell’esperienza del canto o parlare in lingue all’interno del NT, soprattutto negli Atti degli Apostoli e nelle lettere paoline, in modo speciale nella I lettera ai Corinti.

Il giorno di Pentecoste, gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, “cominciarono a parlare in altre lingue “ ( Atti 2,4). Al di là del fatto se si tratta di glossolalia o di xenoglossia (cioè parlare lingue straniere), è indubbio, come giustamente va notare Salvatore Cultrera , che comunque ci troviamo in un contesto di lode, poiché gli apostoli annunciano le opere di Dio( Atti 2,13). In ogni caso, qualora si trattasse di xenoglossia, non si capisce l’affermazione piena di stupore , riportata negli Atti degli Apostoli, di coloro che dicono “ sono ubriachi di vino”.
Afferma Giovanni Paolo II, in una delle catechesi del mercoledì dedicato all’approfondimento dell’evento di Pentecoste, a commento del vers. 4 del secondo capitolo degli Atti degli Apostoli:
“ Nell’evento della Pentecoste, invece, sotto l’azione dello Spirito, che è Spirito di verità (cf Gv 15,12), la diversità delle lingue non impedisce più di intendere ciò che si proclama in nome e a lode di Dio. Si ha così un rapporto di unione inter-umana, che va oltre i confini delle lingue e delle culture, prodotta nel mondo dallo Spirito Santo”.

Così conclude Salvatore Cultrera nel suo studio dedicato al canto in lingue, in riferimento al testo sopra citato degli Atti degli Apostoli, affermando che si tratta di “ un parlare, non con le parole, logorate dalla consuetudine e dalla convenzione sociale, ma con accenti nuovi, mai uditi prima, non convenzionati con nessuna grammatica: semplicemente espressione personale di lode e di esaltazione del Signore.”

In Atti 10,46-48 si afferma che, dopo il discorso di Pietro a Cornelio, lo Spirito santo si effonde sui pagani i quali “li sentivano parlare lingue e glorificare Dio”. Anche in questo caso l’esperienza del “parlare in lingue” è effetto dell’effusione “spontanea” dello Spirito che scende su coloro che sono disposti ad accogliere l’annuncio apostolico. La preghiera in lingue richiede un clima di fede, di ascolto della voce dello Spirito, della Parola di Dio, che apre all’esperienza della Signoria di Dio;

Nel brano di Atti 19,6 l’evento del parlare in lingue è sperimentato in un contesto, potremmo dire, “sacramentale” , nel senso che l’apostolo Paolo battezza coloro che aderiscono alla fede, imponendo loro le mani : “ Dopo aver udito questo , si fecero battezzare nel nome del signore Gesù, e non appena Paolo ebbe imposto le mani , scese su di loro lo Spirito Santo e parlarono in lingue e profetavano”:

Nella I lettera ai Corinti, l’apostolo Paolo nell’elencare i vari carismi indica anche il parlare in lingue “ a un altro la varietà delle lingue, a un altro l’interpretazione delle lingue” ( 1 Cor 12,10). Non si parla in senso stretto di canto o preghiera in lingue, secondo la consuetudine dell’esperienza nel RnS, ma neanche la si esclude. Afferma a tal proposito P. Giuseppe Bentivegna “ IL canto in lingue può considerarsi un’attualizzazione della varietà delle lingue menzionata da San Paolo come carisma…Quindi, anche il canto in lingue, che costituisce un aspetto del carisma, che ci fa lodare Dio in varietà di lingue, deve andare annoverato tra i beni disposti dallo Spirito <al servizio della carità che edifica la Chiesa>(CCC 2003).

L’apostolo Paolo, prosegue la sua riflessione sui carismi, affermando che la capacità di pregare in lingue è cosa buona tanto che desidera che tutti si aprano a tale esperienza, cf. 1 Cor 14,5 “ Vorrei vedermi tutti parlare con il dono delle lingue…”. Tale carisma è esercitato con particolare frequenza e dimestichezza da parte di San Paolo: “ Grazie a Dio io parlo con il dono delle lingue più di tutti voi”( 1 Cor 14,18) .

L’apostolo specifica anche il senso dell’utilità di tale carisma che non è precipuamente ecclesiale ma personale: “Chi parla con il dono delle lingue non parla agli uomini, ma a Dio, , giacchè nessuno comprende mentre egli dice per ispirazione cose misteriose” ( 1 Cor 14,4).

Secondo la testimonianza riportata a conclusione del vangelo di Marco 16,9-20 il “parlare lingue nuove” appartiene all’esperienza dei primi cristiani quale segno dell’adesione radicale alla Signoria di Gesù a partire dall’esperienza del battesimo.

In ultimo, ricordiamo che nella lettera ai Colossesi 3,16 e agli Efesini 5,17 l’apostolo parla di “canti spirituali”, che si differenziano dai salmi (che per loro natura sono preghiera canta, accompagnata da uno strumento musicale), dagli inni cristologici già presenti all’interno della liturgia dei primi cristiani, lasciando intendere ad un’esperienza suscitata dallo Spirito santo in maniera “spontanea”, all’interno di un contesto di preghiera oppure, come afferma la TOB,si può parlare di“ improvvisazioni suscitate dallo Spirito Santo nel corso dell’assemblea liturgica”.

3.2Alcune definizioni teologiche-spirituali

L’elenco delle citazioni teologiche potrebbe essere lungo mi limito a considerarne tre di stampo cattolico, protestante e della chiesa ortodossa.

P. Raniero Cantalamessa, predicatore della casa pontificia, dedica un paragrafo al dono del canto in lingue, nel suo libro “Il Canto dello Spirito”: “ Dall’esperienza che si fa oggi, nelle assemblee pentecostali e carismatiche, questo appare un dono semplice e bellissimo. Non solo permette di trascendere lo schematismo delle parole e delle melodie note, ma fonde insieme un’intera assemblea, facendone davvero un cuore solo e un’anima sola. Serve a esprimere adorazione, lode, giubilo, ringraziamento calmo e maestoso a dio. Sull’ultima nota di un canto conosciuto, o anche in mezzo al più totale silenzio, s’innalza a poco a poco come fruscio di voci che si eleva e si fonde, si fa forte e fragoroso, o lieve e adorante, come per una regia nascosta e, alla fine, si spegne spontaneamente, come a un cenno invisibile” ;

Oscar Cullman, noto professore di esegesi di matrice protestante, a proposito della preghiera nello Spirito afferma: “Con il nostro linguaggio umano possiamo dire tutto quel che abbiamo da comunicare ai nostri compagni di umanità, ma pregare significa parlare con Dio: di questo la nostra lingua è incapace; perciò lo Spirito santo deve parlare in noi perché una preghiera sia resa possibile.”

Un teologo ortodosso ,Kallistos Ware , dichiara :“Quando è genuinamente spirituale, il parlare con il dono delle lingue sembra rappresenti un atto di abbandono, cioè il momento cruciale in cui viene meno il peccato della fiducia in noi stessi e subentra al suo posto la disponibilità a lasciare che Dio agisca dentro di noi.”

E’ inoltre interessante la breve testimonianza che il noto teologo Yves Congar riporta nel suo libro “Credo nello Spirito Santo”, circa tale carisma: “ Anche il canto il lingue tende a pronunciare le parole dell’unità recuperata, della pura novità e dell’anticipazione; lingua di gratuità: alla sovrabbondanza del Dio che si dà senza calcolo risponde la gratitudine il cui desiderio vivo supera qualsiasi possibile formulazione, quando l’effusione del cuore non trova più le frasi che gli bastino; balbettamento di sovrabbondanza e di gratitudine.”

3.3 L’esercizio del canto in lingue nel RnS.

La preghiera “in lingue” è un modo nuovo di esprimersi, una nuova forma di comunicazione suscitata dallo Spirito Santo in un contesto di preghiera. Si tratta di linguaggio misterioso che non ha nulla a che fare con l’intelligenza naturale, né tanto meno con la conoscenza di qualche lingua particolare. Il canto in lingue è linguaggio soprannaturale che comunque non determina nessuno stato di estasi né tanto meno l’annullamento della propria volontà. La libertà, la consapevolezza e la fede-abbandono, sono sempre garantite dall’azione dello Spirito santo e sono i presupposti per un’autentica esperienza carismatica. Bisogna evitare di creare un clima che induce, quasi costringe le persone a dover esercitare un carisma.

L’esperienza carismatica non dipende da nessuna tecnica, non è un fenomeno psicologico, non dipende da nessuna forma di autosuggestione. E’ un evento straordinario che determina la libera e sovrana libertà dello Spirito Santo. Tutto questo vale, naturalmente, per l’esercizio del canto o preghiera in lingue. Per disporsi ad esercitare tale carisma è sufficiente la semplicità dei bambini ( cf Sal 8), il fiducioso abbandono nel Signore e un profondo desiderio di lodare, ringraziare, benedire Dio.

Molti fanno esperienza di tale dono in occasione della preghiera d’effusione o battesimo nello Spirito, cioè nel momento in cui esprimono, in maniera libera e consapevole, il desiderio profondo di lasciarsi guidare dallo Spirito, di affidare le redini della propria vita al Signore.

Avvolti dalla preghiera comunitaria, quanti ricevono la preghiera d’effusione fanno esperienza di una vera e propria immersione nello Spirito accompagnata da alcune manifestazioni carismatiche, tra le quali il canto in lingue. A tal proposito, è bene precisare che il RnS cattolico prende le distanze dalla teoria prettamente protestante che afferma che dove c’è effusione dello Spirito Santo deve esserci canto o preghiera in lingue. La finalità della preghiera d’effusione è di gran lunga maggiore alle manifestazioni carismatiche poiché trattasi di un rinnovamento interiore di tutta l’esistenza umana ( cf. Tito 3,5).

Altri invece fanno esperienza della potenza della preghiera in lingue in occasione di momenti forti di evangelizzazione, come può essere la convocazione nazionale di Rimini, oppure altri eventi di particolare intensità di annuncio kerigmatico e di preghiera.

Non c’è una tecnica né una regola precisa che vale per tutti, ma soltanto il desiderio di entrare in un clima profondo di preghiera accogliendo, con gratitudine e riconoscenza, i carismi che lo Spirito Santo desidera elargire
.
Più di ogni altra eventuale spiegazione è sufficiente citare il grande Sant’Agostino a proposito del giubilo: “ IL giubilo è un certo suono che sta a indicare che il cuore vuole dare alla luce ciò che non può essere detto. E a chi conviene questo giubilo, se non a Dio ineffabile? Ineffabile, infatti, è ciò che non può essere detto; e se non puoi dirlo, ma neppure puoi tacerlo, che ti resta se non giubilare, in modo che il cuore si apra a una gioia senza parole e la gioia si dilati immensamente al di là dei limiti delle sillabe?” .

Gli effetti spirituali del canto in lingue sono molteplici, mi limito a segnalarne alcuni:
• fortifica potentemente l’uomo interiore ( Ef 3,14)
• irrobustisce la fede ( Giuda 20)
• comunica i desideri di Dio ( I Cor 2,9)
• dispone all’accoglienza dei carismi
• ravviva l’amore per il Signore e rende partecipi della compassione di Dio nei confronti del nostro prossimo
• introduce in un tempo prolungato di lode, acclamazione, adorazione.

Il canto in lingue, inoltre, è un carisma che si manifesta nel contesto della preghiera comunitaria, soprattutto nel momento in cui l’assemblea orante entra in un clima di lode profonda e si dispone ad accogliere, con particolare intensità, l’unzione dello Spirito Santo.I segni che caratterizzano tale carisma sono, anzitutto, una particolare armonia che, nella “varietà delle lingue”, si esprime creando un'unica melodia.

Generalmente, il canto in lingue emerge con particolare efficace in alcune persone per poi contagiare, poco a poco, tutti gli altri sino a favorire una vera e propria canto in lingue corale a cui, spesso, seguono carismi di profezia. Per questo motivo non bisogna soffocare tale carisma, anche se inizialmente si manifesta in pochi e in maniera timida, affinché si crei una vera e propria “affinità” carismatica che contagia tutta la comunità radunata in preghiera.

Non c’è, inoltre, un momento particolare, all’interno della preghiera comunitaria carismatica, dedicato all’esercizio del canto in lingue poiché è lo Spirito santo a scegliere i vari momenti. Infatti, può precedere l’invocazione allo Spirito, anche se generalmente avviene immediatamente dopo aver invocato lo Spirito, può scaturire dopo l’ascolto della parola profetica, si manifesta nei momenti forti di lode, d’intercessione, di liberazione. E’ dunque evidente che il canto in lingue, nel corso della preghiera comunitaria carismatica, si manifesta più volte e in momenti diversi.

La motivazione profonda di tale carisma mi pare essere quello di introdurre in una profonda adorazione della Signoria di Dio, in una profonda intimità con il Signore per un rinnovato impegno di conversione. Si tratta, dunque, di un evento spirituale che appartiene alla fantasia dello Spirito per intensificare l’esperienza di preghiera di ogni battezzato, per una profonda ed esistenziale conoscenza dell’amore di Dio.

Concludiamo questa breve riflessione sul carisma del canto in lingue citando le parole di Paolo VI: “La chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parole sulle labbra, di profezia nello sguardo. La chiesa ha bisogno d’essere tempio dello Spirito Santo, di totale purezza e di vita interiore. La chiesa ha bisogno di risentire salire dal profondo della sua intimità personale, quasi un pianto, una poesia, una preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito Santo, che a noi si sostituisce e prega in noi e per noi con gemiti ineffabili, e che interpreta il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio” ( 29 Novembre 1972).
 

Sebastiano Fascetta

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IL DESIDERIO DELLO SPIRITO SANTO E LA SUA AZIONE SUSCITA LA LODE CARISMATICA
 

LA PREGHIERA COMUNITARIA CARISMATICA