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Insegnamenti/Fascetta

 

 CENACOLO LUOGO DELL’AGAPE FRATERNA

TRE GIORNI DI FORMAZIONE PASTORALE

26-28 MARZO 2004

 

 RELATORE: SEBASTIANO FASCETTA

 

 

È di particolare importanza, per una seria e proficua riflessione sulla funzione pastorale, meditare e approfondire la realtà caratterizzante tutta l’esperienza cristiana e cioè l’agape, la carità.

 

Seppure il primato della carità e della fraternità non sia esclusivo degli organi pastorali di servizio, poiché fa parte della vocazione di ciascun battezzato, tuttavia, secondo il NT, tutti coloro che sono chiamati a presiedere, governare e guidare la comunità dei credenti (cfr. 1 Cor. 12,28), hanno, più di tutti gli altri, il compito di gareggiare nell’amore fraterno, di essere solleciti e premurosi verso gli altri, senza preoccuparsi di compiacere se stessi ma desiderando il bene dei fratelli e delle sorelle loro affidate (cfr. Rm. 15,1-2).

 

Prima ancora di proseguire nella nostra riflessione è utile precisare il significato del termine agape. Anzitutto, è opportuno ricordare che nell’ambiente ebraico, per come si evince dai testi dell’AT, si utilizza il termine amore attribuendo diversi significati, come ad esempio:

 

Ø amore inteso come tenerezza, simpatia, desiderio, predilezione di persone;

Ø amore inteso come compassione, misericordia, benignità, favore;

Ø amore inteso, infine, come disponibilità altruistica, benevolenza divina, affetto divino, azione amichevole, gratitudine.[1]          

 

Per quanto riguarda il NT, il termine agape è stato coniato dall’apostolo Paolo e si distingue da un altro termine: eros, diffuso nell’ambiente.

 

Con questo termine ci si riferisce alla volontà, da parte dell’essere umano, di amare gli altri per soddisfare il proprio bisogno, mentre con il termine agape si fa riferimento alla volontà di amare gratuitamente, senza cercare il proprio interesse, il proprio successo, la propria affermazione e soddisfazione.

 

Letteralmente agape significa: “amore disinteressato, gratuito, traboccante”.

 

La differenza è evidente: il termine eros rimanda a un amore che si preoccupa di possedere mentre il termine agape all’amore che si dona.

 

Ci rendiamo immediatamente conto che, se consideriamo onestamente le nostre capacità umane e, soprattutto, il tarlo mortale dell’egoismo che ci abita e spesso ci domina, avvertiamo un senso profondo di inadeguatezza e di reale incapacità a vivere la carità sull’esempio di Cristo. Tale considerazione è più che legittima se ci consideriamo come primi soggetti della carità ma viene meno se consideriamo Dio come soggetto primo della carità: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv. 4,17).

 

Dopo questa breve premessa terminologica sul concetto di agape, ritengo utile riconsiderare l’esperienza dei primi cristiani per puntualizzare alcuni aspetti caratterizzanti la nostra esperienza carismatica.

 

Cerchiamo di entrare, anche se in punta di piedi, dentro il cenacolo di Gerusalemme, come osservatori attenti che, dietro le quinte, cercano di cogliere negli eventi straordinari della vita comunitaria il “cuore” di tale esperienza.

 

Per una lettura proficua, consiglio di leggere i tre sommari, riportati negli Atti degli Apostoli, ai capitoli: 2,42-47; 4,33-25 e 5,12-16, considerando che il primo sommario (At. 2.42-47) riporta il quadro completo dell’esperienza dei primi cristiani, mentre il secondo sommario (At. 4,33-35) sviluppa l’aspetto della koinonia fraterna e il terzo (At. 5,12-16) l’aspetto prettamente carismatico.

 

I SOMMARIO At. 2,42-47

Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

 

II SOMMARIO At. 4,33-35

La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.

 

III SOMMARIO At. 5,12-16

Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.

 

 

I SOMMARIO: L’esperienza “carismatica” della prima comunità cristiana.

 

Considereremo soltanto il primo sommario con particolari riferimenti agli altri due.

 

1. Il cenacolo luogo di crescita e di maturità spirituale

 

Lc. 2,42: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere.

 

La caratteristica fondamentale dell’esperienza delle prime comunità è l’assiduità, ossia l’impegno costante nel tempo. Non c’è autentica esperienza spirituale e carismatica all’interno di un modo di fare e di essere nella comunità, superficiale, sporadico, occasionale. Gesù stesso afferma che solo coloro che perseverano sino alla fine saranno salvati (cfr. Mt. 10,22). Il primo frutto della Pentecoste è certamente la perseveranza che si esplicita, nei primi cristiani, in un forte senso di appartenenza fraterna ma, soprattutto, in un cammino di crescita fondato sull’ascolto, l’unione fraterna, la frazione del pane e le preghiere.

 

La descrizione dei quattro “pilastri” della vita comunitaria non è casuale, piuttosto, è rivelatrice di una vera e propria pedagogia dello Spirito.

 

a) – Cenacolo luogo dell’ascolto. Al primo posto, infatti, vi è l’ascolto dell’insegnamento (didachè) degli apostoli, dei testimoni oculari del risorto, coloro che sono inviati ad annunziare, sino agli estremi confini della terra, la lieta notizia. Il cenacolo, dunque, si configura come luogo della trasmissione della fede attraverso l’ascolto della Parola di Dio, accolta e compresa alla luce degli eventi pasquali (cfr. Lc. 24,27-28 )[2]. Senza ascolto della Parola di Dio non c’è conoscenza di Cristo e di conseguenza non è possibile progredire nel cammino di vita nuova. La fede, afferma S. Paolo, nasce dall’ascolto della Parola: “Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene! Ma non tutti hanno obbedito al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm. 10, 15-17).

 

b) – Cenacolo luogo di fraternità. Frutto maturo dell’ascolto della Parola di Dio è l’unione fraterna, il termine greco è koinonia. Questo è un passaggio significativo poiché accogliere la Parola di Dio, essere introdotti dallo Spirito nella comprensione del mistero pasquale, significa esercitare l’accoglienza nei riguardi dei fratelli. Se la Parola genera la fede, la fede è in esercizio attraverso la carità. Scopo dell’ascolto della Parola di Dio è vivere la carità. Non a caso la Dei Verbum afferma che Dio, attraverso la sua Parola, viene “incontro ai suoi figli con molta amorevolezza”, comunica il suo amore per renderci capaci di amare come Lui. L’ascolto della Parola ci responsabilizza rendendoci più attenti e accoglienti verso gli altri. Questo processo: dalla Parola alla fraternità, è ben esplicitato dalla I lettera di Pietro: “per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna (1 Pt. 1,22). Non si tratta di un amore fraterno occasionale ma sincero, autentico; intenso poiché coinvolge la nostra intelligenza, le nostre energie, la nostra volontà e affettività; di vero cuore o con cuore puro cioè senza falsità e ipocrisia.

 

c) – Cenacolo luogo ove si celebra il Signore. La fraternità, generata dalla Parola e in essa radicata, diventa il luogo ove si celebra il Risorto, attraverso la via sacramentale per eccellenza: l’Eucaristia. Nel brano in questione non si utilizza il termine eucaristia, che letteralmente significa rendimento di grazie, ma si utilizza frazione del pane, secondo la prassi consueta nelle prime comunità cristiane, con specifico riferimento al gesto profetico compiuto da Gesù nel corso dell’ultima cena. Tale termine è particolarmente eloquente perché sintetizza tutta la vita di Gesù sotto il segno dello “spezzare del pane”, della donazione totale di tutta la sua vita. Gesù, la notte prima della sua passione, compie un gesto che, consueto nella tradizione ebraica pasquale, fornisce la chiave interpretativa degli eventi della sua passione e morte in croce. Infatti, il segno sacramentale dello spezzare il pane annuncia la sua morte come atto conclusivo che porta a pienezza tutta la sua esistenza terrena caratterizzata dal continuo donarsi per amore e nella libertà. Spezzare il pane, significava per i primi cristiani, fare ciò che Gesù aveva fatto nel corso di tutta la sua esistenza: vivere la logica del dono e della gratuità, condividere la propria vita, dare la propria vita gli uni per gli altri: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna. Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. (1 Gv. 3,14-16). La frazione del pane non è ridotta a ritualismo ma ha una forte valenza esistenziale: dal sacramento alla vita e dalla vita al sacramento.

 

d) – Cenacolo luogo di preghiera. La comunione sacramentale stabilita dall’eucaristia, per la potenza dello Spirito, determina un movimento relazionale con Dio che si esplicita, nella vita dei primi credenti, attraverso la preghiera. Il testo parla al plurale: le preghiere, richiamando, in questo modo, le varie forme di orazione: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil. 4,4). Vi sono altri testi di S. Paolo dove si evince la forma di preghiera comunitaria propria dei cristiani: “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.” (Col. 3,21); oppure : “E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. (Ef. 4,19ss). Anche negli Atti degli Apostoli, possiamo individuare una “traccia” di preghiera comunitaria, a partire dal brano di At. 4,24-31, definita dagli studiosi la piccola pentecoste:

 

Appena rimessi in libertà, andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto i sommi sacerdoti e gli anziani. All’udire ciò, tutti insieme levarono la loro voce a Dio dicendo: “Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, tu che per mezzo dello Spirito Santo dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide:

Perché si agitarono le genti

e i popoli tramarono cose vane?

Si sollevarono i re della terra

e i principi si radunarono insieme,

contro il Signore e contro il suo Cristo;

davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse. Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù.

Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza”.

 

In maniera molto schematica, possiamo individuare i seguenti “momenti”:

 

1. La lode : “Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi”;

 

2. L’ascolto profetico della Parola di Dio che illumina e rende comprensibile, secondo il piano di Dio, gli eventi che accadono: (verss. 24-29);

 

3. La supplica per ricevere il potere dello Spirito, in particolare parresia (franchezza) per annunciare la lieta notizia anche in un contesto ostile: “Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola”;

 

4. l’intercessione: “Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù”.

 

L’effusione dello Spirito, nel brano in questione, accade alla fine della preghiera come sigillo della richiesta espressa dalla comunità e, soprattutto, come conferimento dell’autorità necessaria per diffondere la Parola di Dio. Il cenacolo non è un luogo fine a se stesso piuttosto è il luogo dove si riceve l’unzione dello Spirito per andare ad evangelizzare il mondo.

 

2. Il cenacolo luogo di percezione della Santità di Dio

 

Lc. 2,43 a: Un senso di timore era in tutti (cfr. anche 5,11-12). Il senso di timore, per la bibbia, non è equiparabile alla paura, piuttosto alla percezione della Santità di Dio che incute rispetto di fronte al mistero. Questa piccola, ma significativa, annotazione dell’autore è molto eloquente perché ci aiuta a capire che nel cenacolo il vero protagonista e regista della comunità è Dio. L’importantissimo ruolo degli apostoli non si pone in sostituzione a Dio; la loro presenza non catalizza l’attenzione della comunità su di loro ma rinvia a Dio. In questo senso possiamo affermare che il cenacolo è il luogo dell’umiltà dove ciascuno vive fedelmente alla chiamata ricevuta senza arroganza, senza cercare prestigio, potere e privilegi.

 

3. Il cenacolo luogo di esperienza ed esercizio dei carismi

 

Lc. 2,43b prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. L’autore degli Atti degli Apostoli, riprende l’argomento dell’attività taumaturgica degli apostoli nel III sommario: Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.

I carismi, sin dalla “nascita” delle prime comunità cristiane, fanno parte della natura ontologica della Chiesa e sono finalizzati alla diffusione del regno di Dio (cfr. Mc. 16,20ss). Infatti, a partire dall’evento di Pentecoste, lo Spirito Santo si manifesta attraverso l’azione santificante (tutti furono pieni di Spirito Santo) e carismatica (e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro potere di esprimersi), abilitando i discepoli alla missione (cfr. At. 2,1ss).

Sin dall’inizio dell’esperienza cristiana l’evangelizzazione è accompagnata da segni: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo… Ora, seguiranno dappresso segni per coloro che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno con lingue nuove e nelle mani prenderanno serpenti e se berranno qualcosa di mortifero non nuocerà loro; imporranno le mani sugli infermi e staranno bene” (Mc. 16,17).

Risulta chiaro che la fede, cioè l’adesione personale alla Signoria di Gesù, vive due modalità:

Ø credere alla Parola annunciata, ricevere il battesimo e conseguire la salvezza

Ø esprimere la fede attraverso l’esercizio carismatico.

Le opere prodigiose, sin dall’inizio del cristianesimo, sono “segni” che accompagnano l’evangelizzazione: “uscendo, predicarono dappertutto, cooperando il Signore e confermando la Parola con segni che l’accompagnavano” (Mc. 16,20). La prima comunità cristiana, descritta in At. 2,42, non solo si caratterizza per l’assiduità all’insegnamento degli apostoli, all’unione fraterna, frazione del pane e alle preghiere, ma anche per i segni e i prodigi che avvenivano ad opera degli apostoli, tanto che la sola “ombra” di Pietro liberava e guariva chiunque (cfr. At. 5,12).

Questo, naturalmente, non giustifica nessuna forma di enfatizzazione dell’aspetto prodigioso. Piuttosto, se siamo fedeli al dato scritturistico e soprattutto ai vangeli, dobbiamo dire che l’evento miracoloso è sempre una realtà ambigua che non determina meccanicamente la fede in Dio. Gesù non è venuto per guarire o per compiere opere prodigiose in maniera da dimostrare la sua origine divina, piuttosto è venuto a salvarci attraverso la via dell’incarnazione che lo porterà a morire in croce per amore e nella libertà. Chiarito questo aspetto e prese le dovute distanze da ogni facile entusiasmo e da ogni forma di enfatizzazione dell’aspetto prodigioso, non possiamo negare che l’evangelizzazione dei primi credenti è accompagnata da segni e prodigi. In quella che gli studiosi definiscono la “piccola pentecoste”, gli apostoli non hanno paura di pregare il Signore chiedendo non solo il conforto dello Spirito Santo per rimanere fedeli a Dio in un clima di persecuzione ma anche l’autorità necessaria per manifestare la potenza della risurrezione attraverso segni e prodigi: “Ed ora Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Tendi la mano perché ricompiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù” (At. 4,29). Queste due manifestazioni dell’unica azione dello Spirito hanno sempre accompagnato la chiesa sino ai nostri giorni.

L’esperienza carismatica deve sempre più contraddistinguere i nostri gruppi in modo da essere fedeli alla grazia originaria del RnS. Non si tratta di ricercare “tecniche” particolari, né tanto meno di emulare carismi particolari, ma, semplicemente, di accogliere, con cuore umile e mite, l’azione carismatica dello Spirito che elargisce i carismi per l’edificazione comunitaria e la diffusione del regno di Dio. Pur conservando quel sano equilibrio proprio dell’uomo spirituale, non possiamo perdere l’audacia carismatica che deriva dalla fiducia riposta nella potenza salvifica del Cristo Risorto che continua ad operare in mezzo al suo popolo con segni e prodigi.

 

4. Il cenacolo luogo dell’esercizio della fede carismatica

 

Lc 2,44: “tutti coloro che erano diventati credenti. Questo versetto, come abbiamo avuto modo di considerare, è preceduto dalla descrizione delle “quattro perseveranze” (ascolto, unione fraterna, frazione del pane e preghiere), condizioni necessarie per crescere nella docilità allo Spirito e nella piena maturità di Cristo (cfr. Ef. 4,13). Differente appare il riferimento della fede nel terzo sommario: “Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro”. (At. 5,14-16). In questo caso, la fede si configura come realtà “carismatica” in quanto si esplicita come fiducia nella potenza di Dio che opera prodigi per mezzo degli apostoli. Notiamo, ancora, la valenza “evangelizzatrice” della fede, poiché coloro che aderiscono al Signore conducono gli ammalati dagli apostoli. Questo vuol dire che hanno modo di narrare la loro esperienza ad altri, conducendo al “cenacolo” quanti hanno bisogno di salvezza. Il cenacolo si configura come luogo aperto, accogliente, che attira tante altre persone alla fede.

 

5. Il cenacolo luogo dell’agape fraterna

 

Lc 45-46 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.

Il cenacolo si configura, anzitutto, come luogo di fraternità, fondato sulla fede. È questo un dato importante da non trascurare. Non si accede allo spazio comunitario in virtù di decisioni umane condizionate da criteri di simpatie e antipatie, ma in virtù dell’adesione personale al Signore. L’adesione alla vita comunitaria è la risposta al dono della salvezza ricevuta, è la conseguenza “spontanea” all’accoglienza della Signoria di Dio nella propria vita. In altri termini lo spazio comunitario è il luogo dove si esercita la fede in Dio, dove l’amore di Dio ricevuto ed accolto, si “visibilizza” nell’amore fraterno, trova il suo sbocco naturale nella fraternità.                                                                           

Notiamo, inoltre, che i credenti, ricolmi dello Spirito santo, assumono un nuovo stile di vita che si caratterizza nello “stare insieme” e nel “tenere ogni cosa in comune”. Lo “stare insieme” non è semplicemente un fatto aggregativo ma sostanziale, poiché si tratta di essere partecipi gli uni degli altri nella reciproca condivisione-donazione di ciò che si possiede. Il secondo sommario (At. 4,33-35) specifica ancor di più tale aspetto: “La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. L’autore certamente fa riferimento al testo del libro del Deuteronomio (6,4) ove si parla dell’amore totale e radicale che Israele deve manifestare nei riguardi di Dio. Cuore, anima, mente, forza rappresentano la persona nella sua totalità, armoniosamente rivolta verso Dio. Ugualmente, la vita comunitaria esige, da parte dei credenti, un coinvolgimento esistenziale radicale, dove ognuno mette in campo le risorse migliore, la propria intelligenza, volontà, capacità per l’edificazione comune.

Caratteristica principale della comunità generata dallo Spirito santo è il passaggio dall’io al noi, dall’egoismo alla condivisione. Certamente, bisogna sempre vigilare affinché lo spazio comunitario non si configuri come realtà che assorbe i singoli, privandoli della loro diversità, piuttosto come possibilità di armonizzazione delle diversità. L’equilibrio tra il tutto e i singoli è presente nel testo di At. 2,42ss, infatti, si utilizza il termine “tutti”, con preciso riferimento alla totalità della comunità e, poi, si fa riferimento al “bisogno di ciascuno”. Dal tutto al singolo e dal singolo al tutto. Passare dall’io al noi, significa abbandonare la logica egocentrica, propria dell’uomo vecchio, che orienta ogni forma di scelta in misura del proprio interesse per assumere quella della koinonia dove ciascuno cerca di compiacere l’altro (cfr. Rm. 15,1), cerca il bene dell’altro e si prende cura degli altri.

In definitiva la vita fraterna, suscitata dallo Spirito Santo, cresce e si sviluppa, se ciascun credente assume i seguenti “imperativi” apostolici

a)      Vivete in pace gli uni gli altri (Mc. 9,50; 1 Tess. 5,13)

b)      Accoglietevi gli uni gli altri (Rom. 15,7)

c)      Portate i pesi gli uni gli altri (Gal. 6,2)

d)      Sopportatevi gli uni gli altri (Col. 3,13)

e)      Rivestitevi di sentimenti di umiltà gli uni gli altri (1 Pt. 5,5)

f)        Sottomettetevi gli uni gli altri (Ef. 5,21)

g)      Abbiate i medesimi sentimenti gli uni gli altri (Rom. 12,16)

h)      Correggetevi l’un l’altro (Rom. 15,14)

i)         Perdonatevi gli uni gli altri (Ef. 4,32; Col. 3,13)

j)        mostrate attenzione e sollecitudine gli uni per gli altri (Eb. 10, 24; 1 Cor. 12,25)

k)      Non dire male gli uni degli altri (Gc. 4,11)

l)        Pregare gli uni per altri (Gc. 5,16)

 

6. Il cenacolo luogo di passaggio dalla dimensione comunitaria/ecclesiale a quella pubblica.

 

Lc 2,47 : “Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore”,

Gli apostoli partecipano alla vita pubblica frequentando il tempio e si radunano nella case, in forma privata, per approfondire e sviluppare la fede nel Risorto. È interessante la duplice forma di vita pubblica e “privata” che manifesta una forma di amicizia e di comunione tra i credenti che non si esaurisce nel cenacolo ma si estende in tutti gli ambiti pubblici, sociali. Il cenacolo non è il luogo dell’amicizia formale ma sostanziale. Non si diventa amici, cioè consanguinei in Cristo, se ci si limita a frequentarsi una sola ora la settimana, piuttosto bisogna creare occasioni opportune per sviluppare ancor più l’amicizia e la fraternità. Questa è la vocazione, a mio parere, specifica degli organi pastorali di servizio. L’opportunità di lavorare insieme, di pregare, discernere per il bene comunitario, da parte dei membri degli organi pastorali, è occasione propizia per sviluppare l’amicizia fraterna. Diversamente, corriamo il rischio di essere “funzionari” dello Spirito, persone che svolgono un compito senza entrare in relazione con gli altri. In questo caso il pastorale di servizio non è più un organo collegiale–comunionale, piuttosto un organismo prettamente organizzativo dove ognuno si ritaglia il proprio spazio o si prende cura del proprio “orticello”. La fraternità, in seno al pastorale di servizio, si esplica nella concreta collaborazione, dove ciascuno elabora–con  (collaborazione) e opera–con (sinergicamente).

Elaborare insieme significa mettere in campo tutte le qualità umane e spirituali per discernere la volontà di Dio per il bene comunitario. Le modalità per elaborare insieme sono: l’ascolto fraterna e la condivisione reciproca. Alla base di tutto ciò deve esserci la stima reciproca. S. Paolo nella lettera ai romani, parla di una “stima preveniente” invitando i cristiani ad anticiparsi nella stima reciproca, evitando ogni forma di pregiudizio e di invidia.

Operare insieme vuol dire creare spazi di reciproca collaborazione nel modo di esercitare la pastorale in modo da richiamare il principio comunionale contro ogni forma di leaderismo esasperato. Operare insieme non significa, forzatamente, fare le cose insieme, ma essere garanti gli uni degli altri; essere garanti e rispettosi delle decisioni prese all’interno dell’organismo pastorale, soprattutto quanto ci si relaziona con tutta la comunità.

 

7. Il cenacolo luogo della semplicità e della gioia.

 

Lc 2,46-47: “Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo”.

La vita comunitaria, suscitata dallo Spirito, si configura come luogo di semplicità e di gioia. La semplicità intesa come atteggiamento filiale nel modo di relazionarsi a Dio e di sobrietà nel modo di vivere la condizione umana. Semplicità intesa, anche, come povertà e dunque distacco verso tutte quelle forme di sicurezza che derivano dal potere umano (economico, politico, sociale, ecclesiale ecc…) così da accrescere la fiducia in Dio. La comunità cristiana è costituita da “poveri” (cfr. 1 Cor 1,26), biblicamente definiti con il termine anawin, cioè i “curvati”, coloro che confidano solo nell’intervento di Dio. Il tema della gioia è particolarmente ricorrente negli Atti degli apostoli; ad esempio, è interessante notare che in At. 8,8 i credenti gioiscono nel constatare la potenza di Dio che guarisce; in At. 8,39 il motivo della gioia scaturisce dalla certezza di essere costantemente confortati dallo Spirito; in At. 16,24 si parla della gioia che scaturisce dal partecipare al banchetto eucaristico. Ogni momento della vita comunitaria è motivo di gioia, di esultanza, di gratitudine nei riguardi Dio e dei fratelli che il Signore ci affida. Per i credenti, consapevoli della straordinarietà dell’evento pasquale, la gioia è un imperativo, un compito da compiere “rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto ancora, rallegratevi… Il Signore è vicino” (Fil. 4,4). L’apostolo “ordina” (il termine “rallegratevi” è un imperativo esortativo) la gioia spiegandone la motivazione: “Il Signore è vicino”. La comunità postpasquale, confortata dallo Spirito, è nella gioia perché è consapevole della vicinanza di Dio nella storia in quanto sperimenta gli effetti salvifici della morte e resurrezione.

Il testo di At. 2,42 si conclude con un’affermazione preziosa: “Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Non c’è spazio, nella vita comunitaria, per il protagonismo da parte degli apostoli o dei credenti, poiché l’unico protagonista rimane il Signore: “Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”. (1 Cor. 3, 5-7). Ciascun membro della comunità, in misura della fede e dei doni ricevuti, ha il compito di irrigare, piantare, nella reale consapevolezza che la crescita della comunità dipende esclusivamente da Dio.

Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Cor 1,28-29).



[1] Ernesto Borghi, Giustizia e amore nelle lettere di S. Paolo, EDB 2004, pagg. 76-78

[2] Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? ”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.