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CENACOLO LUOGO DELL’AGAPE FRATERNA TRE GIORNI DI
FORMAZIONE PASTORALE 26-28 MARZO
2004
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È di
particolare importanza, per una seria e proficua riflessione sulla funzione
pastorale, meditare e approfondire la realtà caratterizzante tutta l’esperienza
cristiana e cioè l’agape, la carità. Seppure il
primato della carità e della fraternità non sia esclusivo degli organi pastorali
di servizio, poiché fa parte della vocazione di ciascun battezzato, tuttavia,
secondo il NT, tutti coloro che sono chiamati a presiedere, governare e guidare
la comunità dei credenti (cfr. 1 Cor. 12,28), hanno, più di tutti gli altri, il
compito di gareggiare nell’amore fraterno, di essere solleciti e premurosi
verso gli altri, senza preoccuparsi di compiacere se stessi ma desiderando il
bene dei fratelli e delle sorelle loro affidate (cfr. Rm. 15,1-2). Prima ancora
di proseguire nella nostra riflessione è utile precisare il significato del
termine agape. Anzitutto, è opportuno
ricordare che nell’ambiente ebraico, per come si evince dai testi dell’AT, si
utilizza il termine amore attribuendo diversi significati, come ad esempio: Ø
amore inteso come tenerezza, simpatia,
desiderio, predilezione di persone; Ø
amore inteso come compassione,
misericordia, benignità, favore; Ø
amore inteso, infine, come disponibilità
altruistica, benevolenza divina, affetto divino, azione amichevole, gratitudine.[1] Per quanto
riguarda il NT, il termine agape è
stato coniato dall’apostolo Paolo e si distingue da un altro termine: eros, diffuso nell’ambiente. Con questo
termine ci si riferisce alla volontà, da parte dell’essere umano, di amare gli
altri per soddisfare il proprio bisogno, mentre con il termine agape si fa riferimento alla volontà di
amare gratuitamente, senza cercare il proprio interesse, il proprio successo,
la propria affermazione e soddisfazione. Letteralmente
agape significa: “amore disinteressato, gratuito, traboccante”. La differenza
è evidente: il termine eros rimanda a
un amore che si preoccupa di possedere mentre il termine agape all’amore che si dona. Ci rendiamo immediatamente
conto che, se consideriamo onestamente le nostre capacità umane e, soprattutto,
il tarlo mortale dell’egoismo che ci abita e spesso ci domina, avvertiamo un
senso profondo di inadeguatezza e di reale incapacità a vivere la carità
sull’esempio di Cristo. Tale considerazione è più che legittima se ci
consideriamo come primi soggetti della carità ma viene meno se consideriamo Dio
come soggetto primo della carità: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per
primo” (1 Gv. 4,17). Dopo questa breve premessa terminologica sul concetto
di agape, ritengo utile riconsiderare
l’esperienza dei primi cristiani per puntualizzare alcuni aspetti
caratterizzanti la nostra esperienza carismatica. Cerchiamo di entrare, anche se in punta di piedi,
dentro il cenacolo di Gerusalemme, come osservatori attenti che, dietro le
quinte, cercano di cogliere negli eventi straordinari della vita comunitaria il
“cuore” di tale esperienza. Per una lettura proficua, consiglio di leggere i tre
sommari, riportati negli Atti degli Apostoli, ai capitoli: 2,42-47; 4,33-25 e
5,12-16, considerando che il primo sommario (At. 2.42-47) riporta il quadro
completo dell’esperienza dei primi cristiani, mentre il secondo sommario (At. 4,33-35)
sviluppa l’aspetto della koinonia
fraterna e il terzo (At. 5,12-16) l’aspetto prettamente carismatico. I SOMMARIO At. 2,42-47 Erano assidui
nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella
frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi
e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati
credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e
sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa
prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la
simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla
comunità quelli che erano salvati. II SOMMARIO At. 4,33-35 La moltitudine
di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e
nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra
loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della
risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno
infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li
vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai
piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno. III SOMMARIO At. 5,12-16 Molti miracoli
e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti
stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a
loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli
uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli
ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro
passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla
delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone
tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti. I SOMMARIO: L’esperienza “carismatica” della prima comunità cristiana. Considereremo soltanto il primo
sommario con particolari riferimenti agli altri due. 1.
Il cenacolo luogo di crescita e di maturità spirituale Lc. 2,42: Erano assidui
nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella
frazione del pane e nelle preghiere. La
caratteristica fondamentale dell’esperienza delle prime comunità è l’assiduità,
ossia l’impegno costante nel tempo. Non c’è autentica esperienza spirituale e
carismatica all’interno di un modo di fare e di essere nella comunità, superficiale,
sporadico, occasionale. Gesù stesso afferma che solo coloro che perseverano
sino alla fine saranno salvati (cfr. Mt. 10,22). Il primo frutto della
Pentecoste è certamente la perseveranza che si esplicita, nei primi cristiani,
in un forte senso di appartenenza fraterna ma, soprattutto, in un cammino di
crescita fondato sull’ascolto, l’unione fraterna, la frazione del pane e le
preghiere. La
descrizione dei quattro “pilastri” della vita comunitaria non è casuale,
piuttosto, è rivelatrice di una vera e propria pedagogia dello Spirito. a) – Cenacolo luogo dell’ascolto. Al primo
posto, infatti, vi è l’ascolto dell’insegnamento (didachè) degli apostoli, dei testimoni oculari del risorto, coloro che
sono inviati ad annunziare, sino agli estremi confini della terra, la lieta
notizia. Il cenacolo, dunque, si configura come luogo della trasmissione
della fede attraverso l’ascolto della Parola di Dio, accolta e compresa
alla luce degli eventi pasquali (cfr. Lc. 24,27-28 )[2].
Senza ascolto della Parola di Dio non c’è conoscenza di Cristo e di conseguenza
non è possibile progredire nel cammino di vita nuova. La fede, afferma S. Paolo,
nasce dall’ascolto della Parola: “Ora,
come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno
credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza
uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come
sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di
bene! Ma non tutti hanno obbedito al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha
creduto alla nostra predicazione? La fede dipende dunque dalla predicazione e
la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm. 10,
15-17). b) – Cenacolo luogo di fraternità. Frutto
maturo dell’ascolto della Parola di Dio è l’unione fraterna, il termine greco è
koinonia. Questo è un passaggio
significativo poiché accogliere la Parola di Dio, essere introdotti dallo
Spirito nella comprensione del mistero pasquale, significa esercitare
l’accoglienza nei riguardi dei fratelli. Se la Parola genera la fede, la fede è
in esercizio attraverso la carità. Scopo dell’ascolto della Parola di Dio è
vivere la carità. Non a caso la Dei
Verbum afferma che Dio, attraverso la sua Parola, viene “incontro ai suoi
figli con molta amorevolezza”, comunica il suo amore per renderci capaci di amare
come Lui. L’ascolto della Parola ci responsabilizza rendendoci più attenti e
accoglienti verso gli altri. Questo processo: dalla Parola alla fraternità, è
ben esplicitato dalla I lettera di Pietro: “per
amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni
gli altri, essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale,
cioè dalla parola di Dio viva ed eterna (1 Pt. 1,22). Non si tratta di un
amore fraterno occasionale ma sincero,
autentico; intenso poiché coinvolge la
nostra intelligenza, le nostre energie, la nostra volontà e affettività; di vero cuore o con cuore puro cioè senza
falsità e ipocrisia. c) – Cenacolo luogo ove si celebra il Signore.
La fraternità, generata dalla Parola e in essa radicata, diventa il luogo ove
si celebra il Risorto, attraverso la via sacramentale per eccellenza: l’Eucaristia.
Nel brano in questione non si utilizza il termine eucaristia, che letteralmente
significa rendimento di grazie, ma si utilizza frazione del pane, secondo la prassi consueta nelle prime comunità
cristiane, con specifico riferimento al gesto profetico compiuto da Gesù nel
corso dell’ultima cena. Tale termine è particolarmente eloquente perché
sintetizza tutta la vita di Gesù sotto il segno dello “spezzare del pane”, della
donazione totale di tutta la sua vita. Gesù, la notte prima della sua passione,
compie un gesto che, consueto nella tradizione ebraica pasquale, fornisce la
chiave interpretativa degli eventi della sua passione e morte in croce.
Infatti, il segno sacramentale dello spezzare il pane annuncia la sua morte
come atto conclusivo che porta a pienezza tutta la sua esistenza terrena
caratterizzata dal continuo donarsi per amore e nella libertà. Spezzare il
pane, significava per i primi cristiani, fare ciò che Gesù aveva fatto nel
corso di tutta la sua esistenza: vivere la logica del dono e della gratuità,
condividere la propria vita, dare la propria vita gli uni per gli altri: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte
alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque
odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in
se stesso la vita eterna. Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la
sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. (1
Gv. 3,14-16). La frazione del pane non è ridotta a ritualismo ma ha una forte
valenza esistenziale: dal sacramento alla vita e dalla vita al sacramento. d) – Cenacolo luogo di preghiera. La
comunione sacramentale stabilita dall’eucaristia, per la potenza dello Spirito,
determina un movimento relazionale con Dio che si esplicita, nella vita dei
primi credenti, attraverso la preghiera. Il testo parla al plurale: le preghiere, richiamando, in questo
modo, le varie forme di orazione: “Non
angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre
richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil. 4,4). Vi sono
altri testi di S. Paolo dove si evince la forma di preghiera comunitaria
propria dei cristiani: “La parola di
Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni
sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici
spirituali.” (Col. 3,21); oppure : “E
non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi
dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali,
cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo
continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro
Gesù Cristo. (Ef. 4,19ss). Anche negli Atti degli Apostoli, possiamo
individuare una “traccia” di preghiera comunitaria, a partire dal brano di At.
4,24-31, definita dagli studiosi la piccola pentecoste: “Appena rimessi in libertà, andarono dai loro
fratelli e riferirono quanto avevano detto i sommi sacerdoti e gli anziani.
All’udire ciò, tutti insieme levarono la loro voce a Dio dicendo: “Signore, tu
che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, tu che
per mezzo dello Spirito Santo dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo
Davide: Perché si
agitarono le genti e i popoli
tramarono cose vane? Si sollevarono
i re della terra e i principi si
radunarono insieme, contro il
Signore e contro il suo Cristo; davvero in
questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto
come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele, per
compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che
avvenisse. Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai
tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la mano
perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo
Gesù. Quand’ebbero
terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono
pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza”. In maniera
molto schematica, possiamo individuare i seguenti “momenti”: 1. La lode : “Signore, tu che hai
creato il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi”; 2. L’ascolto profetico della Parola di Dio
che illumina e rende comprensibile, secondo il piano di Dio, gli eventi che
accadono: (verss. 24-29); 3. La supplica per ricevere il potere dello
Spirito, in particolare parresia (franchezza) per annunciare la lieta notizia
anche in un contesto ostile: “Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro
minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua
parola”; 4. l’intercessione:
“Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome
del tuo santo servo Gesù”. L’effusione
dello Spirito, nel brano in questione, accade alla fine della preghiera come
sigillo della richiesta espressa dalla comunità e, soprattutto, come
conferimento dell’autorità necessaria per diffondere la Parola di Dio. Il
cenacolo non è un luogo fine a se stesso piuttosto è il luogo dove si riceve
l’unzione dello Spirito per andare ad evangelizzare il mondo. 2. Il cenacolo luogo di percezione della Santità di
Dio Lc. 2,43 a: Un senso di timore era in tutti (cfr. anche 5,11-12). Il senso di
timore, per la bibbia, non è equiparabile alla paura, piuttosto alla percezione
della Santità di Dio che incute rispetto di fronte al mistero. Questa piccola,
ma significativa, annotazione dell’autore è molto eloquente perché ci aiuta a
capire che nel cenacolo il vero protagonista e regista della comunità è Dio.
L’importantissimo ruolo degli apostoli non si pone in sostituzione a Dio; la
loro presenza non catalizza l’attenzione della comunità su di loro ma rinvia a
Dio. In questo senso possiamo affermare che il cenacolo è il luogo dell’umiltà
dove ciascuno vive fedelmente alla chiamata ricevuta senza arroganza, senza
cercare prestigio, potere e privilegi. 3. Il cenacolo luogo di esperienza ed esercizio dei
carismi Lc. 2,43b prodigi e segni avvenivano per opera degli
apostoli. L’autore degli Atti degli Apostoli, riprende l’argomento
dell’attività taumaturgica degli apostoli nel III sommario: Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il
popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico
di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li
esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che
credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze,
ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la
sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a
Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi
e tutti venivano guariti. I carismi,
sin dalla “nascita” delle prime comunità cristiane, fanno parte della natura
ontologica della Chiesa e sono finalizzati alla diffusione del regno di Dio (cfr.
Mc. 16,20ss). Infatti, a partire dall’evento di Pentecoste, lo Spirito Santo si
manifesta attraverso l’azione santificante (tutti furono pieni di Spirito
Santo) e carismatica (e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito
dava loro potere di esprimersi), abilitando i discepoli alla missione (cfr. At.
2,1ss). Sin
dall’inizio dell’esperienza cristiana l’evangelizzazione è accompagnata da
segni: “Chi crederà e sarà battezzato sarà
salvo… Ora, seguiranno dappresso segni per coloro che credono: nel mio nome
scacceranno demoni, parleranno con lingue nuove e nelle mani prenderanno
serpenti e se berranno qualcosa di mortifero non nuocerà loro; imporranno le
mani sugli infermi e staranno bene” (Mc. 16,17). Risulta chiaro
che la fede, cioè l’adesione personale alla Signoria di Gesù, vive due
modalità: Ø
credere alla Parola annunciata, ricevere il battesimo e conseguire la salvezza Ø
esprimere la fede attraverso l’esercizio carismatico. Le opere
prodigiose, sin dall’inizio del cristianesimo, sono “segni” che accompagnano
l’evangelizzazione: “uscendo, predicarono
dappertutto, cooperando il Signore e confermando la Parola con segni che
l’accompagnavano” (Mc. 16,20). La prima comunità cristiana, descritta in At.
2,42, non solo si caratterizza per l’assiduità all’insegnamento degli apostoli,
all’unione fraterna, frazione del pane e alle preghiere, ma anche per i segni e
i prodigi che avvenivano ad opera degli apostoli, tanto che la sola “ombra” di
Pietro liberava e guariva chiunque (cfr. At. 5,12). Questo, naturalmente, non giustifica nessuna forma di enfatizzazione
dell’aspetto prodigioso. Piuttosto, se siamo fedeli al dato scritturistico e
soprattutto ai vangeli, dobbiamo dire che l’evento miracoloso è sempre una realtà
ambigua che non determina meccanicamente la fede in Dio. Gesù non è venuto per
guarire o per compiere opere prodigiose in maniera da dimostrare la sua origine
divina, piuttosto è venuto a salvarci attraverso la via dell’incarnazione che
lo porterà a morire in croce per amore e nella libertà. Chiarito questo aspetto
e prese le dovute distanze da ogni facile entusiasmo e da ogni forma di
enfatizzazione dell’aspetto prodigioso, non possiamo negare che
l’evangelizzazione dei primi credenti è accompagnata da segni e prodigi. In
quella che gli studiosi definiscono la “piccola pentecoste”, gli apostoli non
hanno paura di pregare il Signore chiedendo non solo il conforto dello Spirito
Santo per rimanere fedeli a Dio in un clima di persecuzione ma anche l’autorità
necessaria per manifestare la potenza della risurrezione attraverso segni e
prodigi: “Ed ora Signore, volgi lo
sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta
franchezza la tua parola. Tendi la mano perché ricompiano guarigioni, miracoli
e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù” (At. 4,29). Queste due
manifestazioni dell’unica azione dello Spirito hanno sempre accompagnato la
chiesa sino ai nostri giorni. L’esperienza carismatica deve sempre più contraddistinguere i nostri gruppi
in modo da essere fedeli alla grazia originaria del RnS. Non si tratta di
ricercare “tecniche” particolari, né tanto meno di emulare carismi particolari,
ma, semplicemente, di accogliere, con cuore umile e mite, l’azione carismatica
dello Spirito che elargisce i carismi per l’edificazione comunitaria e la
diffusione del regno di Dio. Pur
conservando quel sano equilibrio proprio dell’uomo spirituale, non possiamo
perdere l’audacia carismatica che deriva dalla fiducia riposta nella potenza
salvifica del Cristo Risorto che continua ad operare in mezzo al suo popolo con
segni e prodigi. 4. Il cenacolo luogo dell’esercizio
della fede carismatica Lc 2,44: “tutti coloro che erano diventati credenti. Questo versetto, come
abbiamo avuto modo di considerare, è preceduto dalla descrizione delle “quattro
perseveranze” (ascolto, unione fraterna, frazione del pane e preghiere),
condizioni necessarie per crescere nella docilità allo Spirito e nella piena
maturità di Cristo (cfr. Ef. 4,13). Differente appare il riferimento della fede
nel terzo sommario: “Intanto andava
aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati
nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava,
anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro”. (At. 5,14-16). In questo caso, la fede si configura
come realtà “carismatica” in quanto si esplicita come fiducia nella potenza di
Dio che opera prodigi per mezzo degli apostoli. Notiamo, ancora, la valenza
“evangelizzatrice” della fede, poiché coloro che aderiscono al Signore
conducono gli ammalati dagli apostoli. Questo vuol dire che hanno modo di
narrare la loro esperienza ad altri, conducendo al “cenacolo” quanti hanno
bisogno di salvezza. Il cenacolo si configura come luogo aperto, accogliente,
che attira tante altre persone alla fede. 5. Il cenacolo luogo dell’agape fraterna
Lc 45-46 Tutti coloro che erano diventati credenti
stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze
le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Il cenacolo si configura, anzitutto, come luogo di fraternità,
fondato sulla fede. È questo un dato importante da non trascurare. Non si
accede allo spazio comunitario in virtù di decisioni umane condizionate da
criteri di simpatie e antipatie, ma in virtù dell’adesione personale al
Signore. L’adesione alla vita comunitaria è la risposta al dono della salvezza
ricevuta, è la conseguenza “spontanea” all’accoglienza della Signoria di Dio
nella propria vita. In altri termini lo spazio comunitario è il luogo dove si
esercita la fede in Dio, dove l’amore di Dio ricevuto ed accolto, si
“visibilizza” nell’amore fraterno, trova il suo sbocco naturale nella
fraternità. Notiamo, inoltre, che i credenti, ricolmi dello Spirito santo,
assumono un nuovo stile di vita che si caratterizza nello “stare insieme” e nel “tenere
ogni cosa in comune”. Lo “stare insieme” non è semplicemente un fatto
aggregativo ma sostanziale, poiché si tratta di essere partecipi gli uni degli
altri nella reciproca condivisione-donazione di ciò che si possiede. Il secondo
sommario (At. 4,33-35) specifica ancor di più tale aspetto: “La moltitudine di coloro che eran venuti
alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà
quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”. L’autore certamente fa riferimento al
testo del libro del Deuteronomio (6,4) ove si parla dell’amore totale e
radicale che Israele deve manifestare nei riguardi di Dio. Cuore, anima, mente,
forza rappresentano la persona nella sua totalità, armoniosamente rivolta verso
Dio. Ugualmente, la vita comunitaria esige, da parte dei credenti, un
coinvolgimento esistenziale radicale, dove ognuno mette in campo le risorse
migliore, la propria intelligenza, volontà, capacità per l’edificazione comune. Caratteristica
principale della comunità generata dallo Spirito santo è il passaggio dall’io al noi, dall’egoismo alla
condivisione. Certamente, bisogna sempre vigilare affinché lo spazio comunitario
non si configuri come realtà che assorbe i singoli, privandoli della loro
diversità, piuttosto come possibilità di armonizzazione delle diversità.
L’equilibrio tra il tutto e i singoli è presente nel testo di At. 2,42ss,
infatti, si utilizza il termine “tutti”, con preciso riferimento alla totalità
della comunità e, poi, si fa riferimento al “bisogno di ciascuno”. Dal tutto al
singolo e dal singolo al tutto. Passare dall’io al noi, significa abbandonare
la logica egocentrica, propria dell’uomo vecchio, che orienta ogni forma di
scelta in misura del proprio interesse per assumere quella della koinonia dove
ciascuno cerca di compiacere l’altro (cfr. Rm. 15,1), cerca il bene dell’altro
e si prende cura degli altri. In definitiva la vita fraterna, suscitata dallo Spirito
Santo, cresce e si sviluppa, se ciascun credente assume i seguenti “imperativi”
apostolici a)
Vivete in pace gli uni
gli altri (Mc. 9,50; 1 Tess. 5,13) b)
Accoglietevi gli uni
gli altri (Rom. 15,7) c)
Portate i pesi gli uni
gli altri (Gal. 6,2) d)
Sopportatevi gli uni
gli altri (Col. 3,13) e)
Rivestitevi di
sentimenti di umiltà gli uni gli altri (1 Pt. 5,5) f)
Sottomettetevi gli uni
gli altri (Ef. 5,21) g)
Abbiate i medesimi
sentimenti gli uni gli altri (Rom. 12,16) h)
Correggetevi l’un
l’altro (Rom. 15,14) i)
Perdonatevi gli uni gli altri (Ef. 4,32; Col. 3,13) j)
mostrate attenzione e
sollecitudine gli uni per gli altri (Eb. 10, 24; 1 Cor. 12,25) k)
Non dire male gli uni
degli altri (Gc. 4,11) l)
Pregare gli uni per
altri (Gc. 5,16) 6. Il cenacolo luogo di passaggio dalla
dimensione comunitaria/ecclesiale a quella pubblica. Lc 2,47 : “Ogni giorno
tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i
pasti con letizia e semplicità di cuore”, Gli apostoli partecipano alla vita pubblica frequentando il
tempio e si radunano nella case, in forma privata, per approfondire e
sviluppare la fede nel Risorto. È interessante la duplice forma di vita
pubblica e “privata” che manifesta una forma di amicizia e di comunione tra i
credenti che non si esaurisce nel cenacolo ma si estende in tutti gli ambiti
pubblici, sociali. Il cenacolo non è il luogo dell’amicizia formale ma
sostanziale. Non si diventa amici, cioè consanguinei in Cristo, se ci si limita
a frequentarsi una sola ora la settimana, piuttosto bisogna creare occasioni
opportune per sviluppare ancor più l’amicizia e la fraternità. Questa è la
vocazione, a mio parere, specifica degli organi pastorali di servizio.
L’opportunità di lavorare insieme, di pregare, discernere per il bene
comunitario, da parte dei membri degli organi pastorali, è occasione propizia
per sviluppare l’amicizia fraterna. Diversamente, corriamo il rischio di essere
“funzionari” dello Spirito, persone che svolgono un compito senza entrare in
relazione con gli altri. In questo caso il pastorale di servizio non è più un
organo collegiale–comunionale, piuttosto un organismo prettamente organizzativo
dove ognuno si ritaglia il proprio spazio o si prende cura del proprio
“orticello”. La fraternità, in seno al pastorale di servizio, si esplica nella
concreta collaborazione, dove ciascuno elabora–con (collaborazione) e opera–con (sinergicamente).
Elaborare insieme significa mettere in campo tutte le
qualità umane e spirituali per discernere la volontà di Dio per il bene
comunitario. Le modalità per
elaborare insieme sono: l’ascolto fraterna e la condivisione reciproca. Alla
base di tutto ciò deve esserci la stima reciproca. S. Paolo nella lettera ai
romani, parla di una “stima preveniente” invitando i cristiani ad anticiparsi
nella stima reciproca, evitando ogni forma di pregiudizio e di invidia. Operare insieme vuol dire creare spazi di reciproca
collaborazione nel modo di esercitare la pastorale in modo da richiamare il
principio comunionale contro ogni forma di leaderismo esasperato. Operare
insieme non significa, forzatamente, fare le cose insieme, ma essere garanti
gli uni degli altri; essere garanti e rispettosi delle decisioni prese
all’interno dell’organismo pastorale, soprattutto quanto ci si relaziona con
tutta la comunità. 7. Il cenacolo luogo della semplicità e
della gioia. Lc 2,46-47: “Ogni giorno
tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i
pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di
tutto il popolo”. La vita comunitaria, suscitata dallo Spirito, si configura come
luogo di semplicità e di gioia. La semplicità intesa come atteggiamento filiale
nel modo di relazionarsi a Dio e di sobrietà nel modo di vivere la condizione
umana. Semplicità intesa, anche, come povertà e dunque distacco verso tutte
quelle forme di sicurezza che derivano dal potere umano (economico, politico,
sociale, ecclesiale ecc…) così da accrescere la fiducia in Dio. La comunità
cristiana è costituita da “poveri” (cfr. 1 Cor 1,26), biblicamente definiti con
il termine anawin, cioè i “curvati”,
coloro che confidano solo nell’intervento di Dio. Il tema della gioia è particolarmente
ricorrente negli Atti degli apostoli; ad esempio, è interessante notare che in
At. 8,8 i credenti gioiscono nel constatare la potenza di Dio che guarisce; in
At. 8,39 il motivo della gioia scaturisce dalla certezza di essere
costantemente confortati dallo Spirito; in At. 16,24 si parla della gioia che
scaturisce dal partecipare al banchetto eucaristico. Ogni momento della vita
comunitaria è motivo di gioia, di esultanza, di gratitudine nei riguardi Dio e
dei fratelli che il Signore ci affida. Per i credenti, consapevoli della
straordinarietà dell’evento pasquale, la gioia è un imperativo, un compito da
compiere “rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto ancora, rallegratevi… Il
Signore è vicino” (Fil. 4,4). L’apostolo “ordina” (il termine “rallegratevi” è
un imperativo esortativo) la gioia spiegandone la motivazione: “Il Signore è
vicino”. La comunità postpasquale, confortata dallo Spirito, è nella gioia
perché è consapevole della vicinanza di Dio nella storia in quanto sperimenta
gli effetti salvifici della morte e resurrezione. Il testo di
At. 2,42 si conclude con un’affermazione preziosa: “Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che
erano salvati”. Non c’è spazio,
nella vita comunitaria, per il protagonismo da parte degli apostoli o dei
credenti, poiché l’unico protagonista rimane il Signore: “Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali
siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho
piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi
pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”. (1 Cor. 3,
5-7). Ciascun membro della comunità, in misura della fede e dei doni ricevuti,
ha il compito di irrigare, piantare, nella reale consapevolezza che la crescita
della comunità dipende esclusivamente da Dio. “Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti,
Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto
ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a
nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”
(1 Cor 1,28-29). [1] Ernesto Borghi, Giustizia e amore nelle lettere di S. Paolo,
EDB 2004, pagg. 76-78 [2] Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non
bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua
gloria? ”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le
Scritture ciò che si riferiva a lui. |
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