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UN CAMMINO DI MATURAZIONE ECCLESIALE SOSTENUTO DA UNA SOLIDA FORMAZIONE PERMANENTE LA DIMENSIONE CARISMATICA, PASTORALE E MINISTERIALE Settimana Nazionale Animatori – Macerata 2002 RELATORE: SEBASTIANO FASCETTA
Premessa: l’imprescindibile nesso tra dimensione carismatica e formazione permanente.
La formulazione del tema, estrapolato dal discorso del Santo Padre in occasione dell’udienza del 14 Marzo 2002, colloca la dimensione carismatica, pastorale e ministeriale all’interno di un processo di sequela (discepolato) e di maturazione ecclesiale (missione) reso possibile da “una solida formazione permanente”. In questo modo, risulta evidente che discepolato e formazione permanente sono le condizione fondamentali per un’autentica esperienza carismatica e ministeriale. Lo Spirito Santo, infatti, forma , anzitutto, dei discepoli del Signore; trasforma i credenti, di gloria in gloria, ad immagine di Cristo ( cf 2 Cor 3,18). La ministerialità non deve essere concepita, semplicemente, come esercizio carismatico piuttosto come manifestazione della vita di Cristo che è venuto non per essere “servito , ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” ( Mc 10,40). L’affermazione paolina contenuta nella I Cor. 12,4 : “ Vi sono diversità di ministeri ma uno solo è il Signore”, evidenzia il nesso imprescindibile tra ministerialità e sequela del Signore, quale criterio di discernimento di ogni autentica diaconia nello spazio ecclesiale. Se, infatti, da una parte non si possono costituire i ministeri senza aver prima individuato i bisogni e i corrispondenti carismi, dall’altra parte è altrettanto vero che essi edificano la comunità se si configurano come prolungamento, estensione nel tempo e nella storia, della vita di Gesù, del suo modo di essere , di agire, parlare, vivere… “I Carismi sono il prolungamento della grazia pasquale e l’estensione della sua potenza pentecostale, mentre i ministeri sono il prolungamento della vita stessa di Gesù che ha caratterizzato in termini diaconali il proprio essere nel mondo, solidale con gli uomini e special modo con i peccatori”[1] Le cause di tante forme patologiche di arrivismo, concorrenza, liderismo, dissenso, che disgregano e lacerano profondamente e, alle volte, fatalmente i nostri gruppi, da parte di coloro che possiedono carismi presunti o reali, dipendono da una vita sganciata e difforme da quella di Cristo. Ogni autentica ministerialità richiede due elementi fondamentali: il carisma corrispondente al bisogno reale della comunità e una vita consapevolmente e liberamente radicata in Cristo. Concretamente , tutto questo, dovrebbe rafforzare, negli animatori, la convinzione che la “tappa” successiva alla preghiera d’effusione non è primariamente la ministerialità ma il discepolato. A ben riflettere, il periodo di due anni dalla preghiera d’effusione prima di poter assumere una responsabilità pastorale, rimandano ad un tempo, se pur minimo, necessario per acquisire alcuni tratti della vita di Cristo necessari per assumere qualunque tipo di responsabilità. Mentre, allo stato attuale, non si è provveduto a determinare un tempo minimo per la ministerialità. Di fatto una persona appena effusionata, dotata di carisma, può, previo discernimento del pastorale, assumere incarichi ministeriali. Senza per questo incoraggiare alcuna regola particolare, risulta comunque necessario, alla luce della nostra riflessione, che il pastorale, tendono conto del contesto comunitario particolare, promuova con decisione momenti formativi che orientano la comunità intera verso un vero processo di conversione e di maturazione per una piena “ conoscenza di Cristo”. Chi fa veramente esperienza di un nuovo fervore o risveglio spirituale, a partire dalla preghiera d’effusione, non si preoccupa di cosa fare nella comunità, quale funzione assumere, ma di essere in comunione con il Signore e con i fratelli. Anche i vangeli mettono in evidenzia il primato dell’essere rispetto al fare. Ad esempio, nel vangelo di Giovanni, a quanti dicono: “ Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Gesù risponde: “ Questa è l’opera di Dio : credere in colui che egli ha mandato” ( Gv 6, 28). Al primato del fare Gesù contrappone il primato dell’essere e, nel caso specifico, il primato della fede, ossia dell’adesione personale alla Signoria di Gesù. Ancora , l’evangelista Marco afferma che Gesù “ Ne costituì dodici perché stessero con lui e anche per mandarli a predicare” ( Mc 3,13), mostrando, in maniera al quanto chiara, che non può esserci missione, ministerialità, senza una vita in comunione con il Signore. Gesù non costituisce dei faccendieri di Dio , persone che si lasciano assorbire dalle tante cose da fare ma dei discepoli, che vivono i due movimenti fondamentali : lo stare con Gesù e l’andare nel nome di Gesù. Particolarmente significativo, a tal proposito, è il brano riportato nel vangelo di Luca riguardante la visita di Gesù nella casa delle due sorelle: Marta e Maria (cf Lc 10,38). Senza scendere nei particolari, mi preme evidenziare il contrasto che l’autore pone tra l’atteggiamento “passivo” di Maria e quello super-attivo di Marta. Maria ascolta, Marta è distratta, assorbita, per il “molto servizio”. Maria è unificata interiormente tramite l’ascolto della Parola , Marta è, invece, disgregata perché preoccupata dal troppo fare. IL fare senza ascoltare diventa sterile attivismo; mentre il fare che nasce dall’ascolto della Parola di Dio diventa offerta feconda della propria vita per l’utilità comune. Il messaggio centrale del suddetto brano è particolarmente chiaro: non può esserci autentica ministerialità nella comunità senza il primato dell’ascolto della Parola di Dio, senza discepolato. La Parola, accolta e vissuta, determina l’identità e la missione della comunità e di ogni singolo credente. Sinteticamente, possiamo trarre dai vangeli le seguenti tappe per un’autentica crescita spirituale: o stare con Gesù (cf Mc 3,14) o essere istruiti da Gesù (cf Mc 4,11) o essere mandati nel nome di Gesù ( cf Mc 16,15)
A partire dalle suddette tappe , gli elementi fondamentali che, a mio parere, devono caratterizzare il cammino nel RnS sono : 1. l’esperienza carismatica 2. il discepolato 3. la missione ossia la ministerialità
I suddetti tempi di crescita non sono delle tappe separabili, ma interdipendenti e permanenti.
1 LA DIMENSIONE CARISMATICA
L’esperienza carismatica nel RnS è l’evento essenziale che qualifica la nostra identità e “ rappresenta una particolare forma di comunicazione della fede”.[2] Non mi soffermo sulle modalità particolari attraverso le quali si esplicita ciò che caratterizza la specificità del RnS, come ad esempio: il seminario di vita nuova, la preghiera comunitaria carismatica, l’annuncio kerigmatico, la gestualità e l’esercizio carismatico[3]; piuttosto, desidero indicare alcuni passaggi che ritengo essenziali per una proficua esperienza carismatica.
1) una nuova forma di comunicazione
Anzitutto, se consideriamo l’evento di Pentecoste descritto in Atti 2 e il cap. XII della prima lettera ai Corinti , la prima cosa che caratterizza l’esperienza carismatica è una nuova forma di comunicazione , una nuova disponibilità ad entrare in relazione con gli altri per istaurare legami di comunione. Negli Atti degli apostoli, infatti, si dice che lo Spirito conferisce agli apostoli un nuovo modo di esprimersi ( cf Atti 2,4), mentre l’apostolo Paolo pone in antitesi il mutismo che caratterizza l’esperienza idolatrica con la capacità di professare la fede nel Signore per mezzo del dono dello Spirito ( cf I Cor 12,3). Inoltre è significativo che su nove carismi menzionati dall’apostolo sei sono interenti al tema del parlare. Questo dato , che potrebbe risultano superfluo, denota invece, una peculiarità propria dell’esperienza carismatica : comunicare in maniera nuova ed efficace il dono della fede. Ogni carisma determina una nuova capacità comunicativa che consiste in un modo nuovo di esprimersi e di accogliere. I carismi , in definitiva, creano un clima di fede, dispongono i cuori verso una maggiore capacità di affidamento al Signore. Tale comunicazione non avviene solo attraverso l’espressione verbale ma anche attraverso i gesti che caratterizzano la realtà del RnS. In modo particolare la preghiera comunitaria carismatica è una particolare forma di comunicare la fede, di entrare in relazione con il Signore, con tutta la nostra vita, con tutto il nostro cuore e il nostro corpo, così da sperimentare la libertà dei figli di DIo (cf Rm 8,14). Scopo dell’esercizio carismatico non è quello di attirare l’attenzione sui doni più o meno straordinari, ma di orientare verso un’esperienza globale, radicale , personale ed ecclesiale della Signoria di Dio. L’apostolo Paolo afferma, a tal proposito, che i carismi profetici hanno il preciso compito di muovere i cuori verso una sincera e profonda adorazione di Dio e una solenne proclamazione della presenza efficace di Dio in mezzo alla comunità (cf I Cor 14,27). Non c’è spazio per l’esaltazione personale o per la ricerca del carismatico di turno ,per il semplice fatto che ogni autentica esperienza carismatica porta ad adorare e confessare il nome di Gesù. I carismi sono strumenti dello Spirito a servizio dell’evangelizzazione, nel senso che annunciano efficacemente l’agire salvifico di Dio nella concreta situazione storica della comunità riunita nel nome del Signore ( cf Mt 18,20); manifestano l’efficacia permanente dell’evento pasquale di Cristo. Ecco dunque, un primo punto da sviluppare come tappa formativa: acquisire una nuova fiducia nel Signore per essere sempre più docili al soffio dello Spirito. Questa nuova forma di audacia “carismatica” va promossa incoraggiata e nel contempo ordinata e verificata, soprattutto da parte del pastorale che dovrà prodigarsi nel favorire un clima comunitario di vera fraternità. In questa prima fase, la formazione consiste nel promuovere un clima di vera amicizia, di graduale ma sincera conoscenza interpersonale tra i membri della comunità. Non si tratta di fornire principi dottrinale ma di trasmettere e favorire esperienze concrete, in un clima di simpatia reciproca, di letizia e semplicità di cuore (cf Atti 2,47). Di particolare importanza, in questa fase, è il periodo di pre-seminario e il relativo seminario di vita nuova. Se ben vissuta la fase dell’annuncio Kerigmatico, della testimonianza, della condivisione e il relativo accompagnamento spirituale, nel corso del seminario di vita nuova , certamente gli effusionandi acquisteranno uno stile carismatico consono alla realtà del RnS, di fondamentale importanze per il prosieguo del cammino di crescita. 2) dimensione ecclesiale dei carismi
I Carismi nascono nella comunità, sono per la comunità e devono essere esercitati comunitariamente nella reciproca collaborazione ed interazione: “vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef. 4, 16). Prima di specificare il rapporto carismi- comunità, desidero richiamare il rapporto carismi – Trinità secondo l’indicazione dell’apostolo Paolo nella I Cor 12,4: “ Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri ma uno solo è il Signore, vi sono diversità di operazioni ma uno solo è DIo, che opera tutto in tutti.” Dal suddetto brano emerge : o un primo rapporto carisma- Spirito, che specifica l’assoluta gratuità dei doni; o un secondo rapporto: ministeri – Signore, che mostra che i carismi devono rimanere gratuiti nell’uso e che dunque non posso essere strumentalizzati per fini e interessi personali; o un terzo rapporto operazioni- Dio, mostra l’origine divina dei carismi in quanto manifestazioni dell’agire di DIo nella storia. Inoltre , notiamo , nella suddetta scansione ternaria, un unico movimento: ogni carisma, in quanto dono gratuito distribuito dallo Spirito, abilita al servizio nella comunità sull’esempio di Cristo servo, sfugge ad ogni manipolazione o controllo umano in quanto operazione divina. Continuando la lettura del citato brano della I Cor 12, possiamo rilevare la dimensione personale : “ a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito “ che si coniuga con quella comunitaria: “ per l’utilità comune”. I Carismi, per loro natura sono doni in vista di una reciproca interazione delle varie membra all’interno del medesimo corpo ecclesiale. Ogni membro del corpo dotato di un carisma particolare ha il compito di prendersi cura di tutte le altre membra del corpo (cf I Cor 12,25). L’appartenenza al gruppo e quindi al RnS, nasce e si sviluppa, nel momento in cui ognuno è cosciente non solo di essere membro di un corpo, ossia una parte posta accanto agli altri, ma di essere corpo, uno con gli altri. Percepirsi nel gruppo come corpo e non solo come una parte del corpo, significa avvertire un forte senso di appartenenza, un grande senso di responsabilità per il dono dei fratelli e delle sorelle, il dovere di custodire il dono della fraternità. In questa fase la “solida formazione” da attuare per favorire la crescita nella dimensione comunitaria è certamente il senso d’appartenenza, di fraternità ma anche il riconoscimento e il rispetto delle diversità. Appartenenza intesa come capacità di operare , pensare, progettare insieme, come conseguenza naturale dell’ascolto e del discernimento comunitario. La pluriforme distribuzione dei carismi da parte dello Spirito evidenzia la negazione di ogni forma di uniformità nella comunità. Vi è autentica esperienza carismatica quando nella comunità si vive la distinzione e la relazionalità delle membra, evitando di privilegiare alcuni carismi a discapito di altri e soprattutto lottando contro ogni forma di invidia e di gelosia. A questo punto, risulta evidente, che i carismi immettono in un dinamismo di uscita da sé, di svuotamento dal proprio egoismo e da ogni forma d’individualismo, per proiettare verso gli altri, così da radicare nel cuore dei credenti la logica della condivisione, del donarsi agli altri per amore e nella libertà. I Carismi quando sono accolti all’interno di un vero processo di conversione e di maturazione nella fede, educano alla generosità, alla sincera solidarietà verso gli altri (cf Rm 15,2).
In sintesi sono due gli atteggiamenti da maturare per un proficuo esercizio carismatico: o la gratitudine o e il discernimento.
Con gratitudine…
Il primo atteggiamento ci viene suggerito dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium al n.12: “ Questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione.” La gratitudine scaturisce nel momento in cui siamo consapevoli di essere oggetto dell’infinita misericordia di Dio che, nonostante le nostre limitatezze umane e spirituali, ci rende adatti e pronti ad assumere “vari incarichi ed uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa”[4] Gratitudine come sguardo rivolto sempre verso Dio e verso i fratelli. L’uomo spirituale , “il conforme allo Spirito”[5], colui che vive secondo lo Spirito e pensa alle cose dello Spirito (cf Rm 8,5), non rivolge la sua attenzione al carisma in sé , ma al Donatore dei doni. I Carismi cambiano in misura dei bisogni attuali della comunità; sono dati in maniera permanente alla comunità ma non ai singoli, infatti, lo Spirito Santo secondo la sua imprescrutabile e imprevedibile creatività distribuisce i carismi a ciascuno “ come vuole” ( I Cor 12,11). Gratitudine da esercitare anche nei confronti dei fratelli e delle sorelle, per i doni che lo Spirito elargisce loro. Ogni carisma proprio perché dono particolare dello Spirito trasforma il soggetto che lo riceve in dono di Dio per la comunità. Accogliere i carismi con gratitudine e consolazione implica anche l’accoglienza dei fratelli e delle sorelle quali dimora dello Spirito Santo. Nessun sentimento di invidia, gelosia, deve intaccare la vita comunitaria, piuttosto sentimenti di preveniente stima e sincera gioia per i doni che lo Spirito Santo elargisce ad ognuno.
Discernimento…
Questo secondo atteggiamento è tratto dalla I tess 5,21: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”. L’apostolo Paolo rivolge questa parola in maniera particolare a quelli “ che faticano “ nella comunità, cioè alle guide, ai responsabili, ma è , nel contempo, un criterio che vale per tutti. Il brano contiene due prime indicazioni: non spegnete , non disprezzate che suggeriscono un atteggiamento di libertà verso ogni forma di prevenzione, pregiudizio, paura che in qualche modo ci portano ad essere preventivamente sospettosi verso tutto ciò che di nuovo e di imprevedibile suscita lo Spirito. Le altre due indicazioni , invece, ci invitano a non essere sprovveduti e ingenui, ma ad esaminare, ossia discernere, verificare, provare gli effetti personali e comunitari per un autentico esercizio carismatico. In particolare, i criteri fondamentali per discernere l’agire dello Spirito in noi sono la carità, l’amore per Dio e per gli altri , e l’umiltà ossia la consapevolezza di essere servi inutili, senza pretese.
2 MINISTERIALITA’ E DISCEPOLATO: un nuovo modo di essere per gli altri
Le parole di Gesù “Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servitore” (Gv. 12, 26), mettono in evidenza il nesso imprescindibile tra il servizio e la sequela/discepolato. Le due cose non possono essere disgiunte, infatti non può esserci servizio per l’edificazione della comunità se non c’è, anzitutto, una vita radicata in Cristo, aderente alla vita stessa di Gesù. Il discepolo è colui che segue le orme del maestro[6], che assimila la vita del maestro, per agire di conseguenza. La sua vita dipende dalla vita del maestro. Il discepolo è colui per il quale l’assoluto dell’uomo è il regno di Dio.[7] Senza quest’intima comunione con il Signore non c’è discepolato, non c’è vita cristiana e di conseguenza non può esserci alcuna ministerialità. Il brano in questione, è inserito nel contesto in cui Gesù parla della ora in cui sarà glorificato e glorificherà il Padre attraverso la sua morte in Croce (cfr. Gv. 12, 23). La Croce è lo stile che Gesù ha assunto, manifestando come tutta la sua esistenza sia stata votata al servizio del Padre e degli uomini. Questa è la via che ogni servo/discepolo del Signore deve percorrere e assumere per fare la volontà di Dio sull’esempio di Cristo che: “umiliò[8] se stesso facendosi obbediente sino alla morte e alla morte di croce”[9]. Ogni autentico servizio cristiano è partecipazione al movimento kenotico del Figlio di Dio, il quale si è abbassato sino a lavare i piedi ai suoi[10], quale gesto profetico che rimanda all’evento della sua morte in Croce. Tutto questo è la realizzazione dell’ascolto permanente, da parte del Figlio di Dio, della volontà del Padre[11]. Servire, per Gesù, non vuol dire, semplicemente, fare del bene, ma, in modo più pregnante, fare tutto ciò che il Padre gli comanda di fare. Gesù discerne continuamente cosa fare e come farlo perché è sempre rivolto verso il “seno del Padre” (Gv. 1, 18). La prima dimensione del servizio non è il fare ma l’obbedienza, la relazione vitale e filiale con Dio. Non a caso Gesù, dopo la sua risurrezione, nel riabilitare Pietro nella sua funzione “pastorale”, richiede unicamente il primato dell’amore come criterio essenziale per poter affidare l’incarico di pascere le sue pecore[12]. Solo chi ama il Signore può servire la comunità nel nome del Signore. Di conseguenza, non c’è autentica diaconia senza conversione, senza vita nuova in Cristo. La prima nostra preoccupazione non deve essere la ministerialità ma il discepolato, l’approfondimento dell’esperienza cristiana attraverso un assiduo cammino di crescita umana, spirituale[13] e carismatica. Oltre all’obbedienza, il discepolo è chiamato a vivere l’alta qualità spirituale dell’umiltà, in modo da prendere le distanze da ogni pretesa di autoaffermazione, da ogni ricerca di successo, prestigio, potere o privilegio in seno alla comunità. Vi è infatti, un modo di servire mondano, che consiste nell’esercitare un potere su gli altri: “I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che fanno sentire il potere su di esse sono chiamati benefattori” (Lc. 22, 24), e vi è una diaconia cristocentrica che consiste nella rinuncia a ogni potere, tanto che chi vuole essere “il più grande diventi il servitore di tutti, il più giovane”[14]. Quest’ultima espressione: “il più giovane”, può anche essere intesa il più inesperto, cioè colui che non si ritiene sicuro, ma è proteso a confidare nel Signore e negli altri. In definitiva, il servo, nella comunità cristiana, è un apprendista dello Spirito, colui che non cessa di dipendere dal Signore e dagli altri; colui che è in stato permanente di conversione, di crescita nella conoscenza dell’amore di Dio. Secondo la descrizione riportata dal profeta Isaia[15], il vero servo di IhWh ha una lingua da iniziato e ascolta come gli iniziati, cioè come colui che apprende, che è alla scuola del Signore. In ogni caso, nella comunità cristiana, non ha valore chi si ritiene superiore agli altri ma chi è consapevole di essere “minore”. Quest’ultimo è a Dio gradito perché assume i tratti che caratterizzano il Figlio di Dio, il quale non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo[16]. Il vero servo del Signore non avanza pretese, non espone meriti e di conseguenza non reclama riconoscimenti e diritti. L’umiltà libera da un modo presuntuoso, arrogante ed egocentrico di vivere il servizio, favorisce un decentramento di sé per mettere al centro il bene degli altri, per cercare di compiacere gli altri[17]. Tutto questo è possibile se si fa esperienza della misericordia di Dio. L’umile, infatti, è colui che è rappacificato con se stesso e con gli altri perché ferito dalla misericordia di Dio e per questo pienamente consapevole che soltanto Dio “suscita il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil. 2, 13). L’umile è anche colui che subisce con pazienza le umiliazioni, rimane fedele a Dio nella tribolazione, porta il peso degli altri, non cede alla tentazione della mormorazione e della critica quando sembra essere isolato e non compreso dagli altri. Il servizio cristiano non è un atto virtuoso ma è partecipazione alla vita del Figlio di Dio, del suo essere per gli altri, reso possibile attraverso il dono dello Spirito Santo. L’unzione dello Spirito rende ogni battezzato capace di vivere ed agire conformemente al Cristo re, profeta e sacerdote. La vita nuova nello Spirito, infatti, consiste nel vivere la dimensione regale del servizio, profetica dell’ascolto della Parola di Dio, sacerdotale del presentare la propria esistenza come un’offerta santa e a Dio gradita[18].
E’ opportuno ribadire, che la partecipazione alla vita divina esige, da parte del battezzato, una particolare docilità alla formazione permanente per giungere “ allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” ( Ef 4,13).
Risulta particolarmente urgente , soprattutto per quanti non avvertono l’esigenza della formazione permanente e rimangono ancorati nei propri schemi e modi d’intendere la vita del RnS, recuperare la docibilità, ossia la capacità a imparare ad essere istruiti dai fratelli, dalle sorelle, da tutta la comunità.
Tale consapevolezza richiede, naturalmente, un ritorno al significato biblico di formazione che non è equiparabile a nessuna forma di indottrinamento, moralismo o conoscenza scientifica del mistero cristiano, ma consiste nella capacità di sviluppare, nell’assiduo ascolto della Parola di Dio trasmessa nello spazio ecclesiale, una maggiore ricettività alla grazia, al dono dello Spirito Santo che manifesta efficacemente l’agire salvifico di Dio nella vita dei credenti.
Ricettività alla forza trasformante dello Spirito Santo che trasfigura la vita dei cristiani di gloria in gloria ad immagine del Figlio ( cf. 2 Cor 3,18), orienta la volontà e intelligenza umana verso scelte e stili di vita sempre più conformi alla volontà di Dio. ( cf. 2 Tt 2,11-12; Rm 12,2).
L’espressione paolina: “uomo perfetto” non deve essere compresa nella sua valenza morale, etica, ma anzitutto nella valenza teologale, infatti, il termine perfezione rinvia al progetto originario dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. La formazione permanente, l’azione “educatrice della grazia” che ci “insegna a vivere in questo mondo” ( cf. Tito 2,11-12), svela la vocazione originaria dell’uomo, la sua fonte e la sua meta, il suo essere in relazione con Dio, con gli altri , con il creato e con se stesso all’interno di un processo graduale di crescita che dipende e si integra con le diverse stagioni della vita umana.
3 LA DIMENSIONE PASTORALE E MINISTERIALE
Prima di delineare alcune caratteristiche che ritengo prioritarie per un edificante servizio in seno alla comunità, risulta di particolare importanza chiarire la dimensione pastorale e ministeriale.
La pastoralità
Se da una parte la pastoralità rientra nella ministerialità in quanto carisma di governo e di presidenza in stato di servizio, dall’altra parte si differenzia per il ruolo che svolge in seno alla comunità. Il Pastorale, infatti, ha un ruolo di coordinamento, d’armonizzazione e promozione dei diversi carismi presenti nella comunità. Con questo, non intendo dire, che il pastorale occupa un posto di prestigio, semmai di umile servizio e di permanente ascolto dei fratelli e delle sorelle della comunità, per imparare a conoscere i doni e i bisogni di ognuno.
Se pur brevemente, ritengo utile evidenziare tre forme di errata pastoralità:
Ø quella autoritaria, esercitata da forti personalità carismatiche che impongono la propria volontà al gruppo. Questo modello di leader non si preoccuperà mai di creare un clima di collaborazione e di corresponsabilità alimentando reazioni di autonomia o di fuga dal gruppo;
Ø quella paternalista propria del pastorale che si prende cura del gruppo perché ritiene formato da persone deboli, incapaci di assumersi responsabilità e quindi bisognose della loro quasi “morbosa” assistenza, favorendo in questo modo un crescente disimpegno nel gruppo.
Ø Quella narcisista, che si preoccupa solo di ottenere risultati, di fare qualcosa solo per ricevere sempre più consensi dagli altri.
Dovremmo contrapporre a questi modelli errati di vivere la pastoralità, la dimensione carismatica, profetica e di coordinamento. Per funzione carismatica intendo la capacità, che deriva appunto dal carisma di governo corrispondente, di riunire e rimotivare continuamente i fratelli e le sorelle nel cammino di conversione e di adesione allo specifico del RnS. Il pastorale, soprattutto nei momenti di sconforto, di affievolimento del cammino, di confusione (ricordiamo le tre squadre mortifere: confusione, divisione, devastazione) deve, in virtù del carisma specifico, poter ridestare, risvegliare, la gioia del cammino. La funzione profetica del pastorale non consiste nel “fare profezie”, piuttosto nella capacità di essere la coscienza critica del gruppo, come ad esempio, secondo l’AT, i profeti lo erano di Israele. Il pastore-profeta non è soltanto un portatore-annunciatore della Parola di Dio, ma è anche capace di individuare, con libertà e chiarezza, tutte le forme di idolatria e di interferenza all’interno del cammino, testimoniando e richiamando la fedeltà a Dio ( cf Is 7,9b). Inoltre, la capacità profetica, consiste nel saper leggere con intelligenza, con sguardo penetrativo, secondo il cuore di Dio (cf Ger 3,14), gli eventi comunitari e personali, per individuare all’interno della vita comunitaria il progetto di Dio (cf Rm 12,1-2) E infine, la funzione di coordinamento, consiste nel saper individuare i bisogni reali del gruppo e una relativa “strategia” di crescita che promuova la collaborazione di tutti. Il pastorale non è un ministero che si pone al disopra della comunità, ma è costituito da fratelli che vivono tra fratelli, senza arroganza, senza pretese, in stato di conversione, pienamente coscienti della profonda responsabilità che ne deriva dal mandato ricevuto. Il termine responsabilità contiene un duplice significato: rispondere a qualcuno e rispondere di qualcosa. Il Pastorale assume un ruolo responsabile di guida, di coordinamento nella maniera in cui sa di dover rispondere a Dio del dono della comunità e di prodigarsi a dare risposte conformi al Vangelo ai bisogni dei fratelli e delle sorelle, promuovendo e garantendo l’identità carismatica propria del RnS. Tra i compiti fondamentali del pastorale vi è certamente la koinonia. La focalizzazione dell’ambito prettamente funzionale della pastoralità, a discapito del primato della koinonia, determina, da una parte, un clima di conflittualità, competizione, incomprensione, internamente all’organo medesimo e, dall’altra parte la valorizzazione di alcuni fratelli e l’isolamento di altri. È significativo, in tal senso, l’interrogativo emergente da parte di quanti assecondano tale mentalità: cosa ci sto a fare nel pastorale? Qual è il mio ruolo, la mia funzione? Si dimentica, facilmente, che la vocazione primaria del pastorale è la koinonia, l’unione fraterna, l’accoglienza reciproca. La funzione pastorale non consiste primariamente nel dover fare delle cose ma nel vivere il primato della custodia fraterna per essere, all’unisono, custodi di tutti i membri della comunità. Il termine custodire ha diversi significati: sorvegliare, vigilare, proteggere, salvaguardare, guardare, tenere saldo, conservare. Si tratta di custodire: Ø il dono dell’unità, cioè di salvaguardare la comunità da ogni azione disgregante interna ed esterna (cfr. Gv.17, 11); Ø ogni singola persona come dono prezioso di Dio; Ø il buon deposito (cf 2 Tm. 1, 14), ossia l’autentica esperienza del RnS, per favorire l’acquisizione dell’identità carismatica da parte della comunità. Tale custodia determina la crescita comunitaria del senso di appartenenza. Appartenersi gli uni gli altri vuol dire recepire la comunità particolare e la grande famiglia del RnS come dono da custodire e amare. La custodia fraterna è il vero e unico mandato che il pastorale riceve dalla comunità, tutto il resto può essere demandato agli altri.
La ministerialità
A livello di gruppo preferiamo parlare di servizi più che di ministeri, per evitare di consolidare una mentalità, anche in questo caso, istituzionalizzata e rigida dei ministeri nella comunità. Ogni servizio carismatico, individuato dal pastorale, consiste nell’esercizio concreto del carisma e nel coinvolgere tutta la comunità nella dimensione carismatica per una maggiore crescita nella disponibilità e attitudine al servizio secondo i doni e carismi ricevuti. Infatti, pur se ad alcuni lo Spirito Santo distribuisce carismi di animazione, d’intercessione, di evangelizzazione, bisogna far sì che l’impegno alla preghiera, all’intercessione, all’evangelizzazione sia assunto da tutta la comunità. Ogni carisma esprime e manifesta una particolare vocazione che appartiene a tutta la comunità. Di conseguenza, il pastorale, deve da una parte individuare carismi specifici delegando, di volta in volta, persone idonee a svolgere un servizio nella comunità, ma dall’altra parte deve evitare forme di specializzazione o di monopolio dei carismi da parte di pochi delegati, cercando di promuovere la dimensione carismatica di tutta la comunità.
Suggerirei i seguenti criteri per la scelta dei delegati:
Ø Scegliere le persone “nello Spirito” (cfr. At. 1, 1 - Gesù trascorre una notte in preghiera); Ø Vivere insieme in modo da crescere nell’esperienza e nell’amore fraterno; Ø assegnare compiti particolari fornendo in maniera chiara gli obiettivi; Ø Condivisione e verifica.
CARATTERISTICHE COMUNI ALLA PASTORALITA’ E MINISTERIALITA’
1) LA CONDIVSIONE: “e tenevano ogni cosa in comune” (At. 2, 44). Servire vuol dire, anzitutto, donare. Gesù, infatti è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti[19]. L’atto del donare la vita, possiamo intenderlo nel duplice significato: a) donare ciò che si possiede; b)consentire che l’altro viva. Si tratta del dare, condividere, ciò che si ha e ciò che si è per far sì che l’altro cresca, viva, non rimanga nel bisogno. La condivisione è anche un gesto liberante, nel senso che è possibile compierlo solo se si ama liberamente e sinceramente e, nel contempo, nel senso che libera l’altro dallo stato di mancanza, di povertà: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso” (At. 2, 33). La condivisione, inoltre, stabilisce un rapporto di reciprocità fraterna, dove ognuno si fa povero donando e diventa ricco ricevendo. I rapporti di reciprocità sono particolarmente evidenziati nel NT con la formula: gli uni e gli altri: siate in pace gli uni e gli altri[20] accoglietevi gli uni e gli altri[21] portate i pesi gli uni e gli altri[22] sopportatevi gli uni e gli altri[23] rivestitevi di umiltà gli uni e gli altri[24] sottomettetevi gli uni e gli altri[25] abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri[26] correggetevi l’un l’altro.[27]
2) LA CORRESPONSABILITÀ. Nessuno è chiamato a svolgere un servizio isolato dagli altri o in concorrenza con gli altri, ma insieme agli altri. La dimensione del noi contro quella dell’io-egocentrico qualifica e rende efficace ogni servizio nella e per la comunità. Essere corresponsabili vuol dire manifestare il senso di responsabilità di ciascuno per il bene della comunità, in misura dei doni e carismi ricevuti. Tale attitudine consiste nel prendersi cura gli uni degli altri[28] e soprattutto nel vivere la custodia fraterna. Ognuno, inoltre, è responsabile del dono dell’altro. Il termine responsabilità vuol dire: rispondere a qualcuno e rispondere di qualcosa. Ogni membro della comunità, in misura della fede, è chiamato a rispondere a Dio del dono della comunità e nel frattempo deve essere capace di rispondere ai bisogni dei fratelli e delle sorelle.
Crescere nella corresponsabilità vuol dire affermare la volontà di operare, pensare insieme, nella reciproca interazione dei doni e carismi. Il mancato senso di responsabilità e di appartenenza impoverisce tutta la comunità. Quanto più i compiti e le funzioni, nella comunità, sono attribuiti a pochi, tanto più la comunità sarà impoverita, configurandosi come realtà menomata a motivo dell’ipertrofia di alcuni carismi e dell’atrofia di altri. In questo modo, la comunità, che si caratterizza per il super-impegno di pochi e la passività dei molti, non è più un corpo ben compaginato[29] e connesso ma si manifesta come una realtà mostruosa, disarmonica. L’impegno di uno non deve sostituirsi o sminuire l’impegno di un altro: tutti nella comunità sono considerati da Dio “pietre preziose” (cfr. 1 Pt. 2, 1). “Non uno né ciascuno sono tutto, ma tutti e l’insieme di tutti sono il tutto.”
Un altro termine, che troviamo nel NT, inerente la reciproca responsabilità dei membri della comunità è quello di COLLABORATORE, che significa lavoro svolto in sinergia, lavorare-con. Questo termine è utilizzato in 1 Tess. 3, 2 per indicare l’essere in collaborazione con Dio in vista della predicazione del Vangelo; in Col. 4, 11 dove si parla della collaborazione fraterna; in 2Cor. 1, 24 dove Paolo definisce i testimoni del vangelo i “collaboratori della vostra gioia”.
3) LA COMPASSIONE
La compassione è propria di chi, per grazia, per intervento dello Spirito Santo, si immedesima nella situazione dell’altro, entra in una relazione empatica con la sofferenza e il bisogno dell’altro. Chi prova compassione sperimenta “lo stringersi del cuore”, un fremito interiore, alla vista della miseria altrui. Più volte, nei vangeli, si parla della compassione di Gesù, il quale sente stringersi il cuore nel vedere i sofferenti, nel constatare che il popolo è smarrito, stanco, sfinito, come pecore senza pastore (Mc. 6, 34), oppure, che non ha nulla da mangiare (Mt. 15, 32). È la compassione/commozione del padre che accoglie il figlio che ritorna (Lc. 15, 20) o del Buon Samaritano che si ferma per prendersi cura dell’uomo incappato nei briganti (Lc. 10). Se, come abbiamo visto, la collaborazione fraterna rinvia a un lavoro comune, la compassione rimanda all’unione dei cuori, al comune sentire, tanto da “gioire con chi è nella gioia e soffrire con chi è nella sofferenza”. Quando le relazioni interpersonali sono motivate dall’amore di Cristo, la comunità è capace di manifestare, attraverso i diversi carismi e ministeri, la misericordia di Dio preveniente che si prende cura di ogni creatura, in qualunque stato si trovi. L’apostolo afferma che dove abbondò il peccato sovrabbondò la Grazia, attestando, in questo modo, la fedeltà dell’amore di Dio nonostante i nostri peccati. La compassione non può ridursi, naturalmente, a un sentimento, ma rinvia a un agire concreto ed efficace. Ad esempio, nella parabola del Buon Samaritano[30], abbiamo notato che si passa dal vedere l’uomo incappato nei briganti a una serie di atteggiamenti concreti che producono una trasformazione dell’uomo ferito. L’atteggiamento di fondo, per esercitare la compassione, è quello di evitare ogni forma di giudizio o di condanna dell’altro. Il buon samaritano non giudica né i due briganti né il malcapitato, piuttosto interviene facendo del bene. Solo chi non è condizionato dal giudizio è capace di fare del bene. Se poi consideriamo i verbi che scandiscono l’azione del buon samaritano, ci rendiamo conto che il brano contiene una vera e propria pedagogia dell’arte del servire. Infatti, si dice che il buon samaritano: si fece vicino: questa prima azione è fondamentale perché indica la prossimità del buon samaritano, la capacità di capire in profondità i reali bisogni dell’altro con discrezione e rispetto; gli fasciò le ferite: una volta individuato il bisogno è necessario intervenire di conseguenza, cercando di favorire il bene dell’altro; versandovi olio e vino: si tratta di mettere a disposizione i doni, i carismi, le proprie capacità umane; caricatolo sopra: servire significa portare e sostenere il peso dell’altro impegnandosi nell’intercessione, nella fraternità e nel perdono; lo portò ad una locanda: il vero servo è colui che diminuisce per indicare l’amore del Signore in modo da non creare nessuna dipendenza, favorendo la conoscenza di tutti e con tutti.
Concludo con un breve racconto rabbinico:
Un Rabbi diceva: come bisogna amare gli uomini io l’ ho imparato da un contadino che si trovava un’osteria. Quando il suo cuore fu mosso dal vino si rivolse al suo vicino egli chiese: dimmi tu mi ami o non ami. Quello rispose: io ti amo molto. Ma egli disse, ancora: tu dici io ti amo, ma non sai cosa mi affligge , se mi amassi veramente lo sapresti. L’altro non seppe che cosa rispondere….Ma – continua il rabbino- io compresi questo: l’amore per gli uomini è sentire che cosa hanno bisogno e di che cosa soffrono sino a portare la loro pena.
[1] Atti degli Apostoli, Parole di vita, pag.9 [2] Cf. pag.15 delle Linee guida per gli animatori nel RnS [3] cf. I cap. del libro: L’esperienza carismatica dell’animatore [4] L.G n.12 [5] Sposa Verbi, H.U, von Balthasar pag.297 [6] Gv 13,15; I Pt 2,22. [7] Giovanni Moioli, Il Discepolato ediz. Glossa, pag.11 [8] Letteralmente: svuotò (kenosi) se stesso [9] Fil. 2, 8. [10] Cfr. Gv. 13, 15. [11] Gv. 4, 34. [12] Gv. 21, 15ss. [13] At. 2, 42. [14] Mt. 20, 26; 10, 43; Lc. 22, 25. [15] Is. 50, 4. [16] Fil. 2, 6. [17] Rm.15, 1. [18] Rm. 12, 2. [19] Mc. 10, 40. [20] 1 Tess. 5, 13. [21] Rm. 15, 7. [22] Gal. 6, 2. [23] Col. 3, 13. [24] 1 Pt. 5, 5. [25] Ef. 5, 21. [26] Rm. 12, 16. [27] Rm. 15, 14. [28] 1 Cor. 12, 25b. [29] Ef. 4. [30] Lc. 10, 34. |
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