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Insegnamenti/Fascetta

 

CARISMI, DONI PER L’UTILITA’ COMUNE

 RELAZIONE DI SEBASTIANO FASCETTA SULLA DIMENSIONE COMUNITARIA

Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri , ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni , ma uno solo è Dio , che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune

L’apostolo Paolo, nel regolamentare l’esuberante esperienza carismatica della comunità dei Corinti, lacerate dalle tensioni, fazioni e divisioni interne (cfr I Cor 1,10) , richiama il primato della Koinonia Trinitaria mettendo in rapporto : carisma, ministero ed operazioni, con lo Spirito , il Figlio e il Padre. Ogni realtà carismatica , proveniente dall’unico Spirito Santo è autentica se realizza ed edifica la comunione Trinitaria: “ IL Padre né la fonte e l’energia vitale, il Signore Gesù ne è il modello e lo Spirito Santo ne è il donatore” . Inoltre, la “variazione della denominazione sottolinea aspetti diversi dei medesimi carismi, i quali sono simultaneamente doni gratuiti, ministeri e servizi a vantaggio della comunità, attività stimolate dalla potenza creatrice e salvifica di Dio” ( P Rossano) L’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito è la fonte da cui provengono tutti i doni e i carismi ed è ,nel contempo, la meta, l’obiettivo che la comunità ecclesiale deve realizzare.

 

 

 L’UTILITA’ COMUNE

 

 E’ interessante riascoltare il testo della Lumen Gentium al cap, 12, che afferma: “ Lo Spirito Santo..dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento della chiesa e allo sviluppo della sua costruzione” Il termine “utilità comune” viene spiegato dal Concilio Vaticano II, come “rinnovamento della chiesa”; i carismi concorrono al continuo rinnovarsi della chiesa nella storia. Lo Spirito Santo tramite i carismi provvede al rinnovamento interno della compagine ecclesiale, così da renderla idonea a svolgere la sua vocazione missionaria nella storia e nei confronti degli uomini di ogni tempo.

Proprio perché la natura dei carismi è “ecclesiale”, questi non possono essere circoscritti semplicemente al gruppo di appartenenza, ma sono doni per tutta la Chiesa, per la parrocchia, per tutta la Chiesa diocesana particolare. I carismi , se accolti ed esercitati secondo lo Spirito Santo, non determinano alcun ripiegamento di natura settaria, ma promuovono la passione per il bene della Chiesa, per il bene di tutti gli uomini. Di conseguenza l’esercizio dei carismi non è strettamente legato all’appartenenza al RnS bensì alla vocazione battesimale. Ma attenzione, i carismi non fanno del battezzato un super-carismatico, ma semplicemente ed autenticamente un cristiano che adempie la propria vocazione particolare nella Chiesa, mettendo a servizio degli altri i doni ricevuti.

 

Per tale motivo non devono essere considerate realtà straordinarie o sporadiche ma ordinarie, poiché riguardano la vita spirituale di ogni credente. I carismi, inoltre , immettono nel dinamismo missionario e diaconale poichè rendono “adatti e pronti” i fedeli di ogni ordine, ad “assumere varie opere e uffici”. Lo Spirito Santo distribuisce i carismi in risposta ai bisogni reali, “storici”, della comunità. Adatti e pronti ,significa che a differenza della grazia santificante abituale, che realizza una presenza permanente dello Spirito nei singoli credenti, le grazie “carismatiche” sono provocate da situazioni particolari e sempre diverse, che riguardano l’edificazione della comunità. Le grazie “carismatiche” sono la risposta creativa ed imprevedibile dello Spirito Santo ai vari momenti “storici” della vita comunitaria , per la sua stessa edificazione; rendo adatti e pronti ad edificare la comunità secondo i bisogni reali e comunque sempre mutevoli e diversi da periodo a periodo. L’esercizio carismatico è fondato sulla capacità di abbandonarsi all’azione sempre creativa dello Spirito Santo, evitando l’ansiosa ricerca di sicurezza attraverso la costituzione di strutture rigide, all’interno dei gruppi, che pretendono di fissare, in un ministero o servizio particolare, l’azione carismatica.

Se da una parte bisogna evitare ogni forma di “istituzionalizzazione” dei carismi dall’altra parte bisogna evitare ogni forma di fatalismo o d’improvvisazione, attraverso un sempre attento e costante discernimento spirituale, in modo da per poter sostenere il “passo” dello Spirito, che soffia come , quando e su chi vuole ( cfr Gv 3). Sono questi i due estremi da evitare: a)la tendenza a normare ogni manifestazione straordinaria dello Spirito. Generalmente chi assume tale atteggiamento è portato a diffidare da tutto ciò che è imprevedibile ed immediatamente codificabile. b) la tendenza ad improvvisare, ad evitare ogni forma di discernimento, di confronto. Generalmente chi assume tale atteggiamento è portato ad afferma “ lo Spirito Santo fa tutto”. In questi casi bisogna ricordare quanto afferma S.Agostino: “ Dio che ci ha creati senza di noi , non ci salva senza di noi”.

 

Per un’autentica comprensione dell’azione carismatica dello Spirito Santo nella nostra vita, dobbiamo essere coscienti del fatto che i carismi non rispondono ad alcuna logica retributiva, non dipendono dal grado di “santità”, ma sono dono gratuiti , distribuiti secondo la sovrana e misteriosa libertà di Dio.

 I carismi , se assunti con un cuore docile, responsabilizzano, rafforzano il senso di appartenenza alla Chiesa e nel caso particolare al RnS; ci consentono di prendere coscienza del nostro ruolo insostituibile ed unico e ci aiutano a comprendere la complementarietà tra vocazione particolare, carisma particolare ed appartenenza al Corpo di Cristo, alla comunità. Complementarietà tra i singoli carismi, vocazioni, ministeri e l’intera comunità, l’insieme di tutti i carismi e ministeri, così da sperimentare l’unità nella diversità. Tra singolo e comunità, tra diversità ed unità, non c’è conflittualità, non c’è contrapposizione, l’uno non annulla l’altra.

La diversità dei doni e carismi non annullano l’unità, non la feriscono ma la qualificano, la rendono possibile. L’unità generata dallo Spirito Santo non è uniformità né omologazione, ma unità nella diversità, pluriformità nell’unità. La diversità dei carismi , se ci lasciamo condurre “veramente” dallo Spirito , sono doni che facilitano la reciproca collaborazione.

Non essere fedele al proprio dono è nuocere a tutta la comunità. Perciò è importante che ogni membro della comunità conosca il proprio ruolo, lo eserciti e si senta responsabile della sua crescita . Alle volte la gelosia nella comunità è generata dal fatto che non si è capaci di riconoscere il proprio dono. IL riconoscimento del dono non è possibile senza vita comunitaria, senza relazione con gli altri. Una sana vita comunitaria aiuta i singoli ad accettare con gratitudine e nella pace i doni ricevuti e quelli che lo Spirito Santo dona agli altri. Vivere insieme, vuol dire non solo riconoscere il carisma personale ma anche quello degli altri, imparando ad accettare ed essere grati a Dio per i doni ricevuti e per quelli degli altri, evitando forme di gelosia, simulazione o di imitazione. Ognuno ha il compito di essere un dono particolare per tutta la comunità, unico ed irripetibile. Solo chi impara a riconoscere la propria vocazione, con umiltà e gratitudine, riuscirà a mettere a disposizione degli altri i carismi ricevuti e nel contempo imparerà ad accogliere e riconoscere i carismi degli altri.

 

La comunione nella diversità è possibile se si vive la dimensione reciproca del dare-ricevere. Edificare la comunità, esercitando il proprio carisma, significa anche lasciarsi edificare dagli altri. Chi pretende soltanto di “dare” agli altri, senza ritenersi bisognoso degli altri, corre il rischio di confondere il servizio con il potere determinando un clima di dipendenza e di asservimento degli altri ai propri progetti. In questo modo più che far crescere , la comunità diventa il luogo per affermare il proprio carisma contro gli altri. Chi invece, nella comunità si preoccupa soltanto di ricevere, senza assumersi la responsabilità di mettersi a disposizione degli altri, rimarrà un “pigmeo spirituale”, incapace di svolgere un servizio per il bene degli alri . Chi vuole solo ricevere assume un atteggiamento passivo rispetto alla comunità, mortificando l’opera dello Spirito nella propria vita ed impoverendo la comunità. La reciprocità nella vita comunitaria evita il pericolo dell’atrofia e dell’ipertrofia. Due forme di malattia che rendono mostruoso il corpo e danno spazio al leaderismo, al super-carismatico. Vivere la reciprocità :dare-avere, vuol dire passare dalla “comunità per me (ricevere) a io per la comunità (dare).” Se la dimensione del ricevere è la prima forma necessaria per iniziare un cammino di crescita nella comunità, la dimensione del dare , del’essere disponibili al servizio, è tra le tappe fondamentali che testimoniano un autentico cammino di vita nuova, di conoscenza dell’amore di Dio, di discepolato.

Bisogna infatti, tener presente che le dinamiche di crescita della vita comunitaria, da rinnovare e approfondire continuamente, sono fondamentalmente tre:L’esperienza, il discepolato, la missione.

Sono tre momenti imprescindibile per maturare la propria vocazione all’interno della comunità, per crescere nel senso di appartenenza e di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri. Il cammino di discepolato è un tempo necessario di purificazione dove impariamo a discernere i nostri “istinti” non solo carnali, ma anche i nostri facili entusiasmi, e soprattutto le nostre impazienze che ci rendono incapacità di saper attendere i tempi di Dio e degli altri, di saper crescere nella paziente e sapiente arte della carità. Qualche volta diamo l’impressione di ridurre il RnS e la vita cristiana in genere, in una realtà poco esigente, convinti che Dio ci debba dare “tutto e subito”, senza un adeguato impegno personale di conversione.

IL Tutto e Subito appartiene alla logica di questo mondo e non può trovare spazio all’interno dell’esperienza cristiana. Un autentico cammino di vita nuova determina la purificazione dei “bisogni” (tutto e subito) in desideri. Aver fede infatti vuol dire amare Dio senza vederlo ( Cfr I Pt 1, 8). A tal proposito nella lettera agli Ebrei si dice : “ La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” ( Ebr 11,1,) Il passaggio dal voler “vedere” ed ottenere “tutto e subito” al non vedere per imparare a sperare e quindi desiderare il “regno di Dio”, è una tappa fondamentale del cammino di conversione. Il passaggio dalla comunità per me all’io per la comunità, è un cammino graduale, che dobbiamo percorre con umiltà e semplicità, sostenuti dalle guide del gruppo, per poter crescere nella dimensione comunionale e poter esercitare i carismi, non per i propri interessi ma per l’utilità comune.

La dimensione comunitaria e quella personale sono due realtà da tenere sempre presenti: “ La collettività si fonda su una diminuzione organizzata della personalità, la comunità sull’aumento e sulla conferma della personalità nella reciprocità” ( Martin Buber)

La comunità infatti non annulla la specificità di ciascun membro e nel contempo ciascuno ha bisogno di tutta la comunità, di tutte le membra del Corpo di Cristo . IL carisma nella Chiesa non è il tutto ma parte del tutto: “ non uno né ciascuno è il tutto ma tutti e l’insieme di tutti sono il tutto.”

Se è vero che le divisioni all’interno della compagine ecclesiale, scaturiscono dall’orgogliosa pretesa di non aver “bisogno” degli altri, perché ci si ritiene sufficienti a se stessi, ( cfr I Cor 12,21..), l’unità, invece, è favorita dal riconoscimento del bisogno reciproco, del ritenersi bisognosi dell’altro. A partire dai versetti 12-17 del XII cap., della lettera ai Corinti, L’apostolo Paolo espone due esigenze indispensabili: a) come il corpo umano è necessaria la varietà delle membra così nella chiesa sono indispensabili la varietà dei carismi; b) come le membra del corpo interagiscono, hanno bisogno l’una dell’altra allo steso modo i diversi carismi devono collaborare reciprocamente, nella consapevolezza che i carismi più appariscenti o prestigiosi hanno bisogno dei più umili o meno appariscenti.

 

 LA POVERTA’

 

 La povertà diventa un principio fondamentale per entrare in relazione con l’altro: <<Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà>> ( 2 Cor 8,9) A proposito della povertà, è significativo l’incontro di Elia con la vedova di Zerapta ( I Re 17,10-16), incontro tra due poveri, l’uno non ha da mangiare, l’altra non ha la fede, ma la reciproca condivisione diventa esperienza della provvidenza di Dio che moltiplica ogni povertà. Gesù stesso addita come esempio per i suoi discepoli l’atteggiamento della povera vedova, che dà tutto quello che aveva per vivere ( Mc 12,40). Povertà come capacità di abbandono a Dio e ai fratelli, come capacità di condivisione di tutta la nostra vita. La comunione sull’esempio di Cristo povero si realizza secondo due movimenti fondamentali: - l’abbassamento (Kenosis) - l’accoglienza, il farsi prossimo.

 

LA KENOSIS La comunione è un movimento di uscita da sé verso la condizione dell’altro. L’abbassamento di Gesù non è un movimento dal cielo alla terra, ma dalla divinità all’umanità. Gesù ha assunto la condizione di servo , facendosi uomo, perdendo ogni privilegio che derivava dalla sua natura divina ( cfr Fil 2,6), per farsi simile a noi. Egli si è abbassato per amore fino alla morte in Croce. Nei Vangeli questo abbassamento viene simboleggiato dalla figura dei bambini: << Chiunque si abbasserà come questo bambino, questi è il più grande nel regno dei cieli>> ( Mt 18,4) IL bambino, secondo la mentalità ebraica rappresenta ciò che è insignificante, privo d’importanza. L’abbassamento a cui fa riferimento Gesù, rimanda alla semplicità e insignificanza dei bambini che non avanzano alcuna pretesa, non hanno da mostrare alcun merito ma tutto accolgono come dono. La semplicità o fanciullezza spirituale sboccia nel momento in cui, sostenuti dalla grazia, prendiamo le distanze dal nostro egoismo ed egocentrismo, ed impariamo ad aprirci agli altri, a non diffidare degli altri. La semplicità, fondata sul distacco dal proprio egoismo, dall’amore di sé (filautìa), ci fa crescere nell’umiltà, nella verità su noi stessi, sugli altri , su Dio: << Ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri >> ( Fil 2,3). Considerare gli altri superiori a se stessi, non significa sottovalutarsi per sopravalutare gli altri, piuttosto, si tratta di riconoscere come dono necessario per la propria crescita umana, spirituale e carismatica ,ciò che di bene e di diverso è nell’altro. Senza l’altro non posso essere, non posso crescere, non posso sviluppare l’immagine e somiglianza di Dio.

Esser umili vuol dire dare priorità ai bisogni degli altri piuttosto che ai propri, in modo da ricercare il bene dell’altro e non i propri interesse.(cfr Rm15,1ss) Ancora una volta emerge il primato del noi rispetto all’io, della comunione rispetto all’individualismo. I credenti della prima comunità cristiana, plasmati e trasformati dalla grazia dello Spirito , mettevano a disposizione dei più bisognosi i propri beni, quale segno dell’amore di Dio che è venuto a condividere tutto se stesso con gli uomini. La logica del condividere, del dividere-con, è segno tangibile del cambiamento di mentalità e di stile di vita che l’effusione dello Spirito Santo produce nei credenti. L’essere un’anima sola e un cuore solo, vuol dire sperimentare il legame profondo, spirituale, tra credenti, al punto da avere i medesimi sentimenti: << Rallegratevi con quelli che sono nella gioia e piangete con quelli che sono nel pianto . Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri>> ( Rm 12,15) << Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisione tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti>> ( I Cor 1,10)

Dove c’è vera condivisione dei propri beni regna la consolazione nella comunità, cioè opera lo Spirito Santo , dove invece la condivisione è mossa da inganno, da interessi personali, vi è l’assenza dello Spirito e quindi la morte della relazione è il caso di Anania e Saffira (cfr Atti 5,1ss).

 

 PRENDERSI CURA GLI UNI DEGLI ALTRI Il principio cristologico, che deve regnare nella comunità cristiana, è quello del prendersi cura gli uni gli altri, del preoccuparsi gli uni degli altri, del cooperare al bene vicendevolmente ( I Cor 12,25). IL termine gli uni gli altri è più volte utilizzato dall’apostolo Paolo per specificare la reciprocità fraterna all’interno della comunità: a) Vivete in pace gli uni gli altri ( Mc 9,50; I Tess. 5,13) b) Accoglietevi gli uni gli altri ( Rom 15,7) c) Portate i pesi gli uni gli altri ( Gal 6,2) d) Sopportatevi gli uni gli altri ( Col 3,13) e) Rivestitevi di sentimenti di umiltà gli uni gli altri ( I PT 5,5) f) Sottomettetevi gli uni gli altri ( Ef 5,21) g) Abbiate i medesimi sentimenti gli uni gli altri ( Rom 12,16) h) Correggetevi l’un l’altro ( Rom 15,14) i) Perdonatevi gli uni gli altri ( Ef4,32; Col3,13) j) mostrate attenzione e sollecitudine gli uni per gli altri ( Eb10, 24; O Cor 12,25) k) Non dire male gli uni degli altri ( Gc 4,11) l) Pregare gli uni per altri ( Gc 5,16)

E’ di particolare importanza, comprendere sino in fondo il primato della Koinonia e della fraternità, per vivere all’interno dei nostri gruppi il passaggio da un dimensione sociologica o semplicemente affettiva di condividere l’esperienza del RnS alla dimensione invece comunionale, fondata sull’unità dei cuori. E’ significativo il fatto che l’unica richiesta di perfezione che la scrittura richiede ai credenti è proprio quella della carità: ” Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” che fa “piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” ( Mt 5,46). Dio ama nonostante le infedeltà, nonostante il peccato, Egli ci ha amato mentre eravamo ancora peccatori ( Cfr Rm 5,8). La fraternità è la vera base per crescere nell’appartenenza reciproca e alla spiritualità del RnS. Anche i carismi , privi di una vera dinamica di comunione fondata sulla fraternità, diventano forze centrifughe che enfatizzano sempre più l’autonomia, l’individualismo, il leaderismo di ciascuno, mortificando il primato della Koinonia.

Dev’essere invece chiaro che la comunità, l’essere una sola in Cristo, precede ogni distinzione o diversità carismatica. E’ all’interno della comunità che lo Spirito Santo elargisce e distribuisce i carismi quale dono per l’edificazione comune. Non si ricevono carismi fuori dall’appartenenza ecclesiale, comunitaria, ma all’interno dei essa per la edificazione del Corpo di Cristo. In questo senso la comunione precede l’esercizio carismatico.

I Carismi, se vissuti all’interno della logica comunionale, radicano ancor di più i singoli nell’appartenenza alla comunità, perché sono doni per “la missione”, per la costruzione/edificazione della comunità e non per la gloria del singolo o per la sua autoaffermazione . Non si tratta di avere tanti carismatici nella comunità, ribadendo l’autonomia di ognuno rispetto agli altri , ma di dar forma ad una comunità carismatica, dove a partire dalla comunione generata dallo Spirito Santo, ognuno partecipa ed usufruisce del carisma dell’altro, tanto da poter dire con S.Agostino, anche se “tu non possiede nessun carisma ma per il fatto che sei unito al Corpo di Cristo possiedi tutti i carismi”. Spesso nel RnS, ci preoccupiamo di garantire nella comunità la pastoralità, la ministerialità, in modo tale che ciascuno sia impegnato in qualche attività, favorendo, inconsapevolmente, la diffusione della logica del fare. Ci si ritiene parte viva del gruppo fintanto che si ha un compito, un ruolo, una funzione. Cessata la funzione, spesso si registra l’abbandono, l’allontanamento dal gruppo, proprio perché non ci si sente più valorizzati, apprezzati. Cosi facendo si afferma, ancora una volta, lo stesso principio: uno vale nella comunità non per ciò che è ma per quello che fa. Questa d’altronde è la logica mondana dell’efficientismo, dell’esistere in funzione a ciò che si è in grado di produrre. Ma nella comunità cristiana non è la funzione, il fare, l’operare cio che conta ma l’essere figli di Dio e fratelli in Cristo .

Nel Vangelo di Matteo viene espresso con forza il principio della fraternità: “ Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” ( Mt 23,8). La fraternità in Cristo, per Cristo e con Cristo, pone il principio dell’uguaglianza: tutti nella comunità, al di là degli incarichi e delle funzioni, siamo partecipi della stessa dignità battesimale: figli di Dio sotto l’unico Padre. Figliolanza che non si esaurisce nel rapporto personale con Dio ma nel ricevere, vivere, testimoniare la fede nel Cristo Risorto all’interno della comunità. La comunità è il luogo dove si diventa ogni giorno sempre più figli di Dio attraverso una graduale crescita nella relazione con Dio e con gli altri, così da essere conformati , per la potenza dello Spirito , di gloria in gloria, all’immagine del Figlio di Dio. I Padri della Chiesa descrivono la tensione spirituale tra l’essere e il divenire figli di Dio, approfondendo il concetto di immagine e somiglianza . L’immagine è quella che Dio ha impresso ad ogni uomo. Tutti, credenti e non credenti, sono immagine di Dio perché da lui creati. Ma l’immagine divina, viene rivelata ai credenti attraverso il battesimo come dono ricevuto e da realizzare. I Padri infatti dicono che siamo figli di Dio ma nel contempo dobbiamo diventarlo sermpre più attraverso un cammino di conversione che ha come meta l’essere somiglianti a Cristo, l’essere conformi all’Amore di Dio rivelato in Cristo:

“ Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” ( I Gv 4,7) Per i primi credenti segno tangibile del dono dello Spirito era la capacità di amare come Cristo ama: “ Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” ( I Gv 3,13) La fraternità, Koinonia precede ogni distinzione di funzione e nel contempo ogni ministero è sempre subordinato alla comunione, ha il compito di edificare, fortificare, accrescere l’unione fraterna. Concretamente la chiamata alla comunione si realizza se siamo disposti a fare le cose insieme: non gli uni senza gli altri, non qualcuno al disopra degli altri, non gli uni contro gli altri, ma in accordo, in unione, nella reciproca partecipazione.

S.Paolo specifica ancora meglio la necessità del corso di tutti i carismi per l’edificazione della comunità al cap. IV della lettera agli Efesini: “Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il capo , Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” ( Ef 4,15-16) L’impegno a vivere la comunione , nel rispetto delle diversità, consiste nella capacità di accordare i cuori, in modo da progettare, decidere , operare insieme. La comunione è un’opera creativa che ognuno è chiamato a realizzare attraverso la concordia e la reciproca collaborazione. Chi pretende di edificare la comunità senza tener conto dei fratelli e delle sorelle, scompagina e disgrega la comunità.

 La vita comunitaria richiede una lotta e quindi un impegno personale costante e paziente, contro i propri limiti ed egoismi. E’ bene ricordare, onde evitare visioni idealiste della vita comunitaria, che la vita comune è una grazia ma nel contempo un’esperienza terribile, in quanto mette a nudo le nostre affettività ferite , la nostra tendenza a giudicare, isolare chi ci infastidisce, le nostre simpatie ed antipatie. La comunità è un luogo di grazia e di consolazione, ma anche di purificazione personale di tutto ciò che ci divide e mortifica l’unione fraterna.

 

 MINISTERIALITA’ SUBORDINATA ALLA PASTORALITA’

 Nonostante l’azione libera ed imprevedibile dello Spirito, all’interno della comunità vi sono dei carismi fondamentali che hanno la precedenza su tutti gli altri: apostoli, profeti e maestri. S. Paolo abbozza una vera e propria struttura gerarchica. Sappiamo infatti che nella Chiesa il discernimento ultimo dei carismi è proprio del Vescovo. I presbiteri, inoltre, nella parrocchia hanno il compito, in quanto collaboratori del Vescovo, di esercitare il coordinamento dei vari carismi, favorendo la loro armonizzazione, per il bene comune. I gruppi di RnS, sottomessi all’azione libera e sorprendente dello Spirito, non possono essere comunità disordinate soggette agli impulsi carismatici dei più esuberanti, ma comunità ben compaginate e connesse, attraverso un lavoro di armonizzazione e di coordinamento che compete prioritariamente agli organi pastorali di servizio. Fermo restando che il primato della sottomissione reciproca all’interno della vita comunità, nel reciproco rispetto della comune dignità battesimale, la ministerialità dev’essere subordinata alla pastoralità, che ha il compito di riconoscere e collocare i vari carismi all’interno di una visione unitaria, affinchè tutto avvenga “ decorosamente e con ordine” ( cfr I Cor. 14[SF1] ).

 

 

 II PARTE IL DISCERNIMENTO DEI CARISMI

 

 Il verbo greco: discernere significa provare, saggiare, esaminare. Nel N.T. acquista un ulteriore significato : “distinguere e valutare in vista di una scelta o di un progetto o di una decisione”. Nel Vangelo di Luca al cap. 12,54-57, viene riportato un esplicito riferimento da parte di Gesù al significa e alla funzione del discernimento: “ Ora diceva alle folle: Quando vedete la nube che sorge da Occidente, dite subito: Viene la pioggia”; e così avviene. E quando soffia il vento del Mezzogiorno, dite: Ci sarà ventocaldo”; e così avviene. Ipocriti! Sapete discernere l’aspetto della terra e del cielo; ma questo tempo, come non lo sapete discernere?” Il discernimento consiste nel sapere vedere, osservare ciò che accade per comprendere ciò che può accadere, a partire da una comprensione attenta di alcuni segni, fenomeni, come nel caso della nube che anticipa la venuta della pioggia. L’occhio è una metafora eloquente che rimanda alla vigilanza, al discernimento.

Il discernimento consente di comprendere ciò che non è immediatamente visibile o verificabile; è la capacità di vedere oltre l’apparente. Non si tratta semplicemente di un vedere fisico ma certamente spirituale, interiore. Infatti Gesù rimprovera le folle perché riconoscono i segni atmosferici ma non riconosco “questo tempo”, cioè il compimento delle promesse realizzate attraverso la venuta di Gesù. Non riconosco il tempo del compimento, il tempo di grazia: Kairos. Questa incapacità è dovuta all’ipocrisia, alla durezza di cuore. Il discernimento richiede la sinergia tra le facoltà umana e quelle spirituali. Bisogna avere un cuore purificato, rinnovato dalla grazia per poter discernere ciò che è a Dio gradito. Gli uomini “fatti”, cioè gli uomini spirituali , afferma la lettera agli Ebrei, sono coloro che hanno “le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo” ( Ebr 5,14) . E’ questo un dono da chiedere in preghiera e nel contempo da custodire e sviluppare attraverso un vero e proprio cammino di conversione , di riflessione, di ascolto della Parola di Dio, nell’impegno constante di saper individuare la volontà di Dio in ogni situazione. “ Perciò prego che la vostra carità sia arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri ed irreprensibili per il giorno di Cristo” ( Fil 1,10). Il discernimento è un dono che “discende da Dio”. “Dio discerne noi, fa di noi degli uomini provati affinchè noi possiamo provare e discernere col suo stesso spirito. Ed è solo quando abbiamo un cuore provato ( I Tes 2,4), una fede provata ( Gc 1,3), come nel crogiuolo del fuoco ( I Pt 1,7), diventati abtiazione dello Spirito noi, quali uomini spirituali, possiamo tutti giudicare ( I Cor 2,15)” L’invito di Gesù ad ogni cristiano, di saper riconoscere “questo tempo”, consiste nel vivere la storia, la quotidianità come eventi di salvezza, come luoghi in cui Dio in maniera evidente o nascosta opera, agisce è presente. Il primo discernimento consiste nel riconoscere questo tempo, la nostra vita, segnata dalla fragilità, dal peccato, dalle difficoltà ma anche dalle consolazioni che provengono da Dio e dall’essere un cuor sola e un’anima sola, come tempo di Salvezza. Si tratta di saper individuare, nella preghiera, nell’assiduità all’ascolto della Parola, nella docilità allo Spirito, nella vita fraterna, attraverso l’attiva partecipazione alla vita sacramentale ( Eucarestia e Riconciliazione), la presenza di Dio, la Signoria di Dio nella nostra vita, per lasciarci conformare dallo Spirito ad immagine del Figlio di Dio. Discernere significa anche trovare o dare senso agli eventi della vita, soprattutto a quegli eventi che siamo portati a rifiutare come le sofferenze, le contrarietà o difficoltà della vita. Discernere vuol dire capire come vivere in quelle situazioni difficili rimanendo fedeli alla volontà di Dio. Il discernimento è sempre finalizzato alla conversione, alla conformazione a Cristo. E’ un esercizio di separazione e nel contempo di unificazione. Separazione da tutto ciò che appartiene al peccato, all’uomo carnale, al principe di questo mondo; Unificazione interiore come esperienza di comunione con Dio, con se stessi e con gli altri.

 

 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE DEGLI ORGANI PASTORALI

 Il pastorale, gli animatori, in misura del compito che sono chiamati a svolgere all’interno della comunità, devono “esaminare ogni cosa” per ritenere ciò che è “buono” a Dio gradito in vista della comune edificazione . Per esercitare nel migliore dei modi il discernimento spirituale sono necessari i seguenti requisiti: · una buona maturità umana e spirituale, · una consolidata libertà interiore · umiltà · di prudenza · docile obbedienza allo Spirito Santo · capacità di condivisione e comunicazione · unione fraterna In riferimento alla spiritualità del RnS, agli animatori si richiede una buona conoscenza della realtà carismatica e delle linee pastorali condivise a livello nazionale e regionale. Il brano dell’Apocalisse che ci accingiamo a meditare , fornisce uno schema preciso che ci aiuta a capire il come fare discernimento. << All’angelo della Chiesa di Laodicea scrivi:Così parla l’Amen , il Testimone fedele e verace, Il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere, la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.>> ( Ap 3,14-20) Schematicamente, per far discernimento dobbiamo tener conto dei seguenti elementi: · conoscere la situazione reale del gruppo, della comunità. Nel caso della Chiesa di Laodicea emerge una situazione di appiattimento spirituale, di tiepidezza ( non sei né freddo né caldo); · individuare le cause, le motivazioni, che hanno determinato tale situazione ( Tu dici Sono ricco….) · trovare la soluzione, secondo il progetto di Dio, per rimuovere le cause : ( Mostrati zelante, ravvediti) · individuare i mezzi, le modalità per raggiungere gli obiettivi stabiliti ( Chi ascolta la mia Parola…) Verificare se le scelte adottate favoriscono effettivamente la ritrovata comunione con Dio e con i fratelli ( Verremo e ceneremo con Lui)

 

 ALCUNI CRITERI DI DISCERNIMENTO

 

 Parlare di discernimento dei carismi, significa che il pastorale, in prima istanza, e quanti vengono coinvolti dal pastorale stesso, devono essere persone che, per il fatto che fanno esperienza nella propria vita dell’azione carismatica, hanno imparato ad individuare, a riconoscere i segni della grazia rispetto ai movimenti della carne e dello spirito di questo mondo. Sono uomini e donne che esercitano su di sé il discernimento degli spiriti e di conseguenza possono mettere a servizio degli altri tale esperienza senza mai stancarsi di chiede il dono , il carisma del discernimento, in modo da lasciarsi guidare dallo Spirito. Gli strumenti per discernere sono la preghiera, l’ascolto della Parola, l’esperienza , la sana dottrina, la capacità di confronto fraterno con chi è maturo nell’esperienza spirituale e carismatica. Ai fini del discernimento , gli animatori, il pastorale, le guide, devono tener conto dell’esperienza , delle reazioni interiori che i carismi esercitati dai fratelli , producono. Ad esempio relativamente al carisma profetico, un criterio che deduciamo da Dt 18,21 è quello che una profezia è vera, autentica, proviene da Dio se si realizza. Ai fini del discernimento dobbiamo verificare se la profezia non scaturisce da un cuore che è sottomesso alla Parola e non produce nei cuori effetti di conversione, di adesione al Signore. Se l’esercizio carismatico avviene in un clima turbolendo, disordinato e non dà pace alla comunità, certamente è un criterio che invalida tale esercizio. A proposito degli atteggiamenti aggressivi che spesso assumiamo nei confronti degli altri o delle incomprensioni che si verificano all’interno della vita comunitaria, non dobbiamo cercare le cause negli altri, ma dentro di noi. Martin Buber afferma che spesso le divisioni sono generate dalla conflittualità che è dentro di noi tra : il pensiero, la parola e l’azione, poiché “ Non diciamo ciò che pensiamo e non facciamo ciò che diciamo”. Finchè non riusciamo a trovare una coerenza interna tra queste tre realtà difficilmente riusciamo a stabilire autentiche relazioni fraterne con gli altri.

 Se il carisma è a servizio della persona che lo esercita e non della comunità che né è la prima ed unica beneficiaria, certamente l’esercizio è invalidato. In questo caso il discernimento richiede tempo e pazienza per poterne verificare i frutti. I frutti della carne sono :” fornicazione, idolatria, inimicizia, gelosie, divisioni, invidie, guerre” Il frutto dello Spirito: “ amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” ( Gal 5,19-22) La pace ad esempio è un dono imprenscindibile ai fini del discernimento. Se nel pastorale decidiamo qualcosa senza conservare un atteggiamento di pace, di serenità, ogni decisione non produrra, a sua volta, effetti di pace. A tal proposito desidero citare due testi di due padri della Chiesa: E’ tipico del malvagio eccitare il turbamento, l’agitazione e spandere nel cuore la confusione delle tenebre: Dio al contrario illumina ed insegna facendo comprendere allo spirito ciò che è necessario. - Giovanni Cristostomo - Impara questo fratello mio: ogni pensiero in cui non predomina la pace e l’umiltà non è secondo Dio ma è chiaramente una ispirazione proveniente da spiriti malvagi. Perché il Signore nostro viene nella pace mentre tutto ciò che viene dal nemico si accompagna al turbamento e all’agitazione. E anche se sembrano rivestiti di pelle di pecora sappi che dentro sono lupi rapaci: si riconosco infatti dal turbamento che portano, come sta scritto: dai loro frutti li riconoscerete” ( Mt 7,6); che Dio conceda a tutti noi di essere chiaroveggenti per no lasciarci perdere nelle loro apparenze di giustizia: per lui infatti tutto è messo a nudo e scoperto” ( Ebr 4,13) – Barsanufio

La docilità in chi esercita i carismi è un criterio fondamentale. Docilità come capacità di ascolto e come attitudine ad imparare. IL senso di appartenenza , la capacità custodire la comunione fraterna, contro ogni tendenza disgregante o centrifuga è certamente una condizione fondamentale per l’esercizio carismatico. I carismi sono per l’edificazione, per la crescita di ognuno, di conseguenza non posso generare confusione, né tanto meno creare dipendenze sugli altri. Un altro, fondamentale criterio di discernimeto è la Signoria di Gesù: “ Nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito può dire Gesù è il Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo ( I Cor 12,3). Non si tratta di ripetere una formula ma di adereire alla Signoria di Gesù, di assumere il suo pensiero, di partecipare della sua stessa vita. IL criterio della Signoria, rimanda ai criteri di Santità, di ecclesialità fondamentali per ogni autentico esercizio carismatico.

 

 PER UN DISCERNIMENTO DEI CARISMI

 

 Mi sembra opportuno ribadire, anche se brevemente, alcune indicazioni pastorali necessarie per un discernimento attento dell’esperienza carismatica. I carismi: · sono grazie speciali elargite gratuitamente ad ognuno ( cf I Cor 12,7) a prescindere dal grado di santità. · vanno accolti con gratitudine e riconoscenza ; esercitati con umiltà, senza mai dimenticare le parole dell’ Apostolo Paolo, siamo “vasi di creta” e non abbiamo nulla da vantarci se non del Signore. · non conferiscono alcun privilegio o dignità particolare, siamo infatti tutti partecipi della medesima dignità battesimale. · non dividono ma distinguono, poiché ognuno è chiamato a svolgere un ministero particolare per l’utilità comune. Inoltre sono complementari, cooperano gli uni con gli altri , interagiscono reciprocamente. Inoltre, non tutti i carismi sono ministeri, anche se la dimensione del servizio deve contraddistinguere ogni carisma.

 

 CARISMI E MINISTERI

 

 Un carisma può essere considerato ministero se nella comunità “ assume la forma di servizio ben definito che, risponda a esigenze permanenti della comunità, sia assunto stabilmente , comporti una responsabilità autentica e sia accolto e riconosciuto dalla comunità” Alla base di ogni ministerialità deve esserci una visione pastorale che individui gli ambiti specifici in modo che i ministeri rispondano realmente alle esigenze “permanenti” della comunità. Nel RnS la pastoralità, i ministeri di animazione della preghiera, della musica e canto, dell’evangelizzazione ( primo annuncio e catechesi sistematica), dell’intercessione, della famiglia, dell’organizzazione, sono certamente tra le esigenze permanenti, senza i quali, difficilmente riusciremo a portare avanti un gruppo. Questo non toglie che tanti altri ministeri, servizi, si possono attivare nella comunità secondo i bisogni particolari e sempre diversi da gruppo a gruppo . Non deve inoltre sfuggire che i carismi precedono sempre i ministeri . Un pastorale che individua a “tavolino” i ministeri e poi dà incarico alle persone di attivarli , senza alcun discernimento preventivo sui carismi, è certamente fuori da ogni sana logica pastorale. In definitiva per attivare la ministerialità bisogna: · Individuare i bisogni della comunità · Individuare i carismi residenti · Promuovere un’accurata formazione ministeriale per tutta la comunità con momenti differenziati per i vari ambiti ministeriali · individuare i ministeri in risposta ai bisogni e gli ambiti di azione degli stessi · individuare dei responsabili per ministero con relative equipe · conferire il mandato · provvedere a periodiche verifiche del lavoro svolto Tengo a dire che la formazione ministeriale non dovrebbe essere fatta dopo che il pastorale conferisce il mandato specifico, ma prima, in modo da suscitare una maggior consapevolezza sul significato evangelico del servizio, per un efficace e maturo esercizio dei carismi. Carisma, formazione e senso di responsablità sono tra le qualità fondamentali ai fini della ministerialità.

 

 DISCERNIMENTO PASTORALE COLLEGIALE

 

 Per crescere nel discernimento spirituale bisogna scavare, cercare (in ebraico darash), ASCOLTARE: “ Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”., per poter interpretare i segni dei tempi ( cf Mt 16,2), giudicare “ questo tempo” ( cf Lc 15,56). Ascoltare non vuol dire ricevere passivamente una parola, ma assumerla, comprenderla, custodirla applicandola alla propria situazione,al contesto in cui si vive. Chi ascolta fa “memoria” cioè ricorda (letteralmente vuo dire mettere nel cuore) la Parola nel corso degli avvenimenti, facendo esperienza della sapienza di Dio che rivela il senso nascosto di tutte le cose. L’uomo spirituale, secondo la definizione dell’Apostolo Paolo, è colui che vede ciò che occhio umano non può vedere, sente ciò che mai è entrato in cuore di uomo ( cf I Cor 2,9). Per l’autore della lettera agli Ebrei, gli uomini spirituali sono gli “uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo” ( Ebr 5,14) L’arte del discernimento si impara esercitandosi nella continua lettura intelligente degli avvenimenti, ponendo un “orecchio” attento allo scenario di questo mondo, ai bisogni dei fratelli, alle situazioni particolari e un “orecchio” attento alla voce del Signore. Chi invece non ascolta “subisce” gli avvenimenti, osserva con indifferenza ciò che accade; è un ascoltatore smemorato ( cf Gc 1,25) che non fa memoria, che non ricorda la Parola perché non la custodisce con la sua perseveranza ( cf Lc 8, 15) Per poter discernere la Parola di Dio rispetto alle tante parole vuote e fare una lettura intelligente, sapiente degli avvenimenti bisogna tener conto di altre due indicazioni fondamentali: · fare attenzione a come ascoltiamo (Cf Lc 8,18) · a cosa ascoltiamo(cf Mc 4,24) Per evidenziare il come ascoltiamo mi preme ricordare che il discernimento dev’essere collegiale , comunitario , evitando visioni personali, programmazioni o decisioni autonome, sganciate dal contesto del gruppo, senza alcuna conoscenza oggettiva e spirituale dei bisogni della comunità. Collegialità, corresponsabilità ed unione fraterna ,infatti, sono le condizioni preliminari e necessarie ai fini del discernimento spirituale. Corresponsabilità non vuol dire fare ciascuno la propria parte, parallelamente ed indipendentemente dagli altri, ma collaborare reciprocamente. Si tratta infatti di convergere insieme per sviluppare una comune visione, in modo da assumere corresponsabilmente la guida del gruppo nella fedeltà agli impegni presi , definiti in fase di discernimento. L’unione fraterna più che rimanere uno slogan deve concretizzarsi nella vita interna al pastorale. Si tratta, infatti, di dar vita ad una comunione organica cioè viva ed operante, dove ognuno mette insieme ogni cosa per l’edificazione comune. Per un proficuo discernimento bisogna: · evitare di essere assillati dall’ansia di voler risolvere subito e tutti i problemi emergenti nella comunità; · essere liberi da ogni condizionamento, in modo da vedere le “cose” secondo il cuore di Dio e non secondo le proprie prospettive o aspettative umane; · cercare sempre il bene comune al disopra di ogni interesse personale; · vivere con assiduità la vita del gruppo, della diocesi, della regione. L’organo pastorale ,infatti, per adempiere alla funzione di presidenza della vita comunitaria deve assicurare la sua presenza nel gruppo. L’assiduità è la nota distintiva della vera comunità cristiana, plasmata dalla presenza dello Spirito Santo che spinge tutti i credenti ad intraprendere un cammino radicale di conversione alla sequela del Cristo Risorto (cf Atti 2,42). Chi svolge il mandato “pastorale” occasionalmente e con superficialità, offrendo di volta in volta, qualche ritaglio di tempo alla comunità, non ama ancora il RnS. Essere nel pastorale non significa svolgere una “professione” ma conoscere, camminare e stare con i fratelli e le sorelle. Sono sempre più numerosi coloro che, pur avendo dato la loro libera e consapevole disponibilità, lamentano i troppi impegni, la mancanza di tempo, l’impossibilità a partecipare assiduamente agli incontri di consiglio pastorale e alla vita del gruppo. E’ questo un dato certamente preoccupante che ci deve far riflettere per capire quale modello di animatore stiamo portando avanti per il futuro del RnS. Se teniamo conto del fatto che il gruppo, secondo il discernimento del Comitato e Consiglio Nazionale, non si configura più come gruppo di preghiera ma come una realtà articolata che si ispira alle prime comunità cristiane ( cf Atti 2,42), non possiamo pensare ad un ruolo pastorale occasionale , assenteista, ma ad un organo di servizio che vive con profondo senso di responsabilità il mandato ricevuto, ben radicato nella vita del RnS e della comunità, una vera e propria fraternità. Abbiamo bisogno di animatori che hanno uno spiccato senso del “dovere” secondo le parole di S.Paolo ”: Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. Come Cristo non cercò di piacere a se stesso” ( Rm15,1-2). Senso del dovere, cosciente assunzione delle proprie responsabilità sono i segni tangibili della carità pastorale che gli animatori sono chiamati a vivere. Etimologicamente responsabile è colui che risponde, rende ragione ed è in grado di garantire delle proprie azioni e di quelle altrui. Desidero concludere la presente riflessione con un brano di S.Paolo che ci invita a chidere in preghiera tutti i doni necessari per il nostro cammino di Santità: << Per questo , dico, piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni parternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentenmente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che soprassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio>> ( Ef 3,14-19)

SEBASTIANO FASCETTA

 

5 [SF1] Prima lettera ai Corinti