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PER UNO STILE PASTORALE COMUNE
E’ opportuno focalizzare la nostra attenzione sullo stile pastorale comune che siamo chiamati ad assumere e testimoniare per l’edificazione dei gruppi. In particolare sono gli interrogativi attraverso i quali prende avvio la nostra riflessione: - come viviamo la pastoralità all’interno del consiglio regionale e dei pastorali diocesani - come ci relazioniamo nei confronti dei gruppi. 1. La pastoralità del Consiglio Regionale :
Per quanto concerne il livello regionale , lo stile che ci deve contraddistinguere è quello della fraternità e della crescita nella visione comune. Quest’ultimo aspetto è di particolare importanza altrimenti si corre il rischio di partecipare agli incontri di Consiglio regionale [1] (CR) per ricevere delle informazioni, magari per apprendere il calendario regionale, senza preoccuparci di assumere una visione comune e soprattutto senza esercitare , a partire dalla propria esperienza, il carisma “pastorale” in seno al Consiglio Regionale. Il CR non è un organismo organizzativo/informativo ma di discernimento pastorale comunitario.Oserei dire che non può esserci visione pastorale diocesana senza aver preliminarmente individuato alcuni criteri di discernimento in CR da applicare poi in diocesi. Mi riferisco in particolare a tutto ciò che concerne l’identità carismatica del RnS.
IL CR ha il compito di discernere tutto ciò che è utile per accrescere e mantenere la genuinità profetica del carisma del RnS, in particolar modo per favorire la crescita nell’identità carismatica e nel senso di appartenenza, facendo memoria dell’origini, guardano al presente nonchè ai segni dei tempi, per essere pronti ad assecondare le novità dello Spirito.
Le linee pastorali ,sviluppate in sede di CR, devono successivamente essere assunte in seno al pastorale diocesano. Quest’ultimo assolve certamente, una funzione pastorale- profetica ma con una valenza marcatamente operativa, nel senso che non si preoccupa tanto di sviluppare nuovi criteri, nuove “visioni”, ma certa di attuare i criteri definiti in sede di CR, attraverso la cura pastorale “ravvicinata” dei gruppi, evitando di moltiplicare incontri diocesani per favorire momenti esperienziale e formativi in seno ai gruppi.
La fase operativa, di attuazione delle linee pastorali nazionali –regionali, è anche un tempo profetico per il pastorale diocesano che, guidato dallo Spirito, saprà trovare forme nuove che possano incidere in modo efficace nel contesto particolare
Per quanto concerne questo aspetto desidero evidenziare la funzione del coordinatore e successivamente dei membri del pastorale diocesano
a) La parola coordinare indica una funzione di armonizzazione delle diversità e di “compaginazione” della Koinonia. La peculiarità del coordinatore consiste nel vivere ,garantire e promuovere la comunione interna, la reciproca stima e accoglienza fraterna, il primato della collegialità. Il coordinatore è una figura “corporativa” nel senso che rappresenta il pastorale diocesano in diocesi e nei confronti della gerarchia ecclesiale; ha la responsabilità di aiutare l’organismo diocesano ad assumere la visione nazionale/regionale. IL coordinatore è il “ servo dei servi ”. Questo esige , da parte sua, una rinuncia ai personalismi, all’affermazione delle proprie visioni rispetto alla visione comune.
b) i membri del pastorale diocesano hanno il compito di mettere a servizio della diocesi i doni di sapienza e di discernimento, cooperando insieme per il bene dei gruppi.
Tutto questo all’insegna della fraternità, contribuendo ad abbattere, anziché alimentare, i muri del pregiudizio e della sfiducia. L’immagine che deve ispirare le riunioni di pastorale diocesano è quella della casa ove tutti seduti attorno allo stesso tavolo partecipano della medesima dignità di figli di Dio condividendo con gioia tutto quello che il Signore dona loro.
3. Pastoralità verso i gruppi
Lo stile che deve caratterizzare i pastorali nei gruppi è il seguente, essere:
- discepoli del Signore. Dobbiamo vigilare su noi stessi per evitare di diventare i “burocrati” dello Spirito e non i discepoli del Signore. L’unica dizione che veramente dovrebbe qualificare la nostra funzione pastorale è quella di servi. Il termine ministero, deriva da minus che significa il minore.[2] La differenza tra chi nel mondo, esercita un potere e chi invece svolge un servizio nell’umiltà e nella mitezza, sull’esempio di Cristo, dev’essere evidente.
- fratelli nel Signore . L’amore fraterno, la stima fraterna, la custodia fraterna devono essere gli elementi qualificante ogni organo pastorale - Ho già avuto modo di ricordare in altre occasioni, che il ministero pastorale è un ministero di “consolazione” verso tutti coloro che sono afflitti, oppressi, giudicati, lacerati, smarriti. [3] Non appartiene alla funzione pastorale il giudizio, la condanna, la non accoglienza, né tanto meno l’imposizione di pesanti fardelli che derivano da interpretazioni eccessive e soffocanti dello statuto o regolamento. La misericordia, l’amore accogliente deve prevalere su tutto il resto. L’uomo nuovo è l’uomo consolato dallo Spirito in ogni tribolazione perché possa a sua volta consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con sui è stato consolato da Dio stesso. [4]
La nostra dev’essere una pastoralità in “positivo”, cioè che infonde speranza, incoraggia, rinvia all’amore di Dio e non in “negativo” scoraggiando, soprattutto con il nostro cattivo esempio, con il nostro modo esigente, rigido e alle volte punitivo di esercitare la pastoralità verso gli altri.
[1] Organismo pastorale formato dai membri di Comitato Regionale e da tutti i Coordinatori diocesani [2] Cf, Mc 10,41ss; Mt 20,24 ss; Lc 22,24 ss; Gv 13,1ss; Fil 2,6 ss, I Cor 1, 26 ss ecc.. [3] cf. i verbi utilizzati in Ez 34,1ss; Lc 15 1ss [4] 2 Cor 1,3ss |
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